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Rumore Nel Vento
Sabotage 2009, Jolly Roger Records Heavy Once Upon A Times una band di stanza a Firenze che dopo l’esordio Behind The Lines del 1986 portò a vacillare le stesse fondamenta della Nwoihm grazie a un songwriting fresco, potentissimo e portato ai massimali grazie a quella che diverrà la voce tricolore HM per definizione: Adolfo Morviducci detto Morby. L’epopea Sabotage, in realtà partiva da molto più lontano, esattamente dal 1981/82 e questo inaspettato album – disponibile sia in Cd che in Lp da parte della sempre iper attenta e propositiva in ambito di chicche del passato Jolly Roger Records - racchiude appunto la magia del gruppo che, con un cantante diverso, fra il 1983 e il 1984, fece tremare la collina di Marignolle, sopra la città dall’Arno bagnata. La voce epica e stentorea di Giancarlo Fontani si adatta a meraviglia alle composizioni dei Sabotage in lingua italiana. I dieci brani rimasterizzati proposti da Rumore Nel Vento rappresentano i prodromi di quelli che diverranno i cavalli di battaglia della premiata ditta Caroli&Co. I Nostri, complice anche una resa sonora datata e altalenante - ma assolutamente dignitosa, tenendo conto che di pezzi originali su nastro si tratta, per di più registrati in tempi diversi – propongono un HM meno diretto, ancora molto influenzato dall’Hard Rock e dall’impatto più sfumato rispetto all’epoca Morby. Risulta stupefacente ammirare quanto appeal avessero brani come la title track, Ombre, Signore Della Morte e Killer Della Notte. Un po’ dopo, fra i “big”, la sola Strana Officina sfidò tutto e tutti e propose l’esordio in lingua madre. Le logiche, in quel periodo, portavano a inglesizzare anche i nomi propri, figuriamoci la musica. D’altronde in un paese esterofilo per definizione, per catturare l’attenzione, era obbligatorio conformarsi. In generale in quegli anni la Disco Dance italiana sfondava oltrefrontiera con nomi anglofoni come Den Harrow, Valerie Dore, Tom Hooker etc etc e il Metallo non era da meno: dai moniker agli special thanks, passando per i nickname dei componenti. I dieci brani contenuti all’interno di Rumore Nel Vento sono, ufficialmente, inediti al 100%. L’album costituisce in pratica un’incompiuta, che vede la luce soltanto adesso, nel 2009, dopo venticinque anni di attesa dentro un cassetto – o per meglio dire su di alcune musicassette famose fra i tape-trader incalliti, nelle versioni più disparate e spesso improponibili per qualità del suono-. Partendo dalla title track Rumore Nel Vento fino ad arrivare a Killer Della Notte, posta in chiusura, non mancano di certo le sorprese, da scoprire per gradi, come di solito si fa con le cose o le persone care. Quello che emerge prepotentemente è la classe infinita dei Sabotage, tecnicamente già competitivi con i gruppi tricolori affermati del momento. Da urlo la parte centrale strumentale a la Machine Gun di Saxoniana memoria all’interno di Indios, dove Dario Caroli impressiona per velocità e veemenza; il basso di Enrico Caroli in Musica Strana, l’amalgama della band nell’epicissima Ombre, la spensieratezza di Bella Di Notte e le note magiche della chitarra di Andy Fois in Eroi Del Tempo. War Machine conferma le perplessità palesate su Behind The Lines ma verosimilmente il problema risiede nel mio stomaco, che proprio non riesce a digerire questo brano, indipendentemente dagli interpreti e dall’idioma. Signore Della Morte e Killer Della Notte non abbisognano di parole: il verbo metallico dei fiorentini risplende vigorosamente in queste due tracce, con Giancarlo Fontani sugli scudi. Prima che i Sabotage divenissero “i Sabotage” che tutti conosciamo, esistevano quelli del periodo Rumore Nel Vento: puri, disincantati, spesso derivativi, non esenti da ingenuità nel songwriting ma singolarmente preparatissimi e fortemente determinati. Senza retorica quest’uscita postuma fa già parte della storia del Metallo Italiano, che, senza il seme di Fontana, Fois, Milani e compagnia in briscola, non avrebbe potuto scoccare, probabilmente, la più pregiata freccia in ambito Killer-Classic HM del firmamento tricolore: i Sabotage, appunto. Stefano “Steven Rich” Ricetti Tracklist: 1 - Rumore Nel Vento 2 - Indios 3 - La Musica Strana 4 - Capriccio 5 - Ombre 6 - Bella di Notte 7 - War Machine 8 - Eroi del Tempo 9 - Signore della Morte 10 - Killer della Notte Line-up: Dario Caroli - drums Enrico Caroli - bass Andrea “Andy” Fois - guitar Leo “Bomber” Milani - guitar Gincarlo Fontani - vocals Fight Airless 2008, Lion Music / Frontiers Hard Rock Ritornati sulle scene sul finire dell’anno appena trascorso, gli Airless, gruppo iberico dedito al classico hard rock/AOR di stampo americano, sono giunti con ”Fight” al terzo capitolo discografico in carriera. Stile non certo originale, modelli ben evidenti - a cavallo tra Harem Scarem, Gotthard, Bonfire e Whitesnake - e discrete doti tecniche, sono un patrimonio consolidato nella proposta del gruppo spagnolo, già fornito di un buon bagaglio d’esperienza, eppure ancora bisognoso di numerosi accorgimenti e soluzioni, onde affinare una proposta che si rivela non del tutto pronta per competere nelle serie “maggiori” del genere. Di certo abile con gli strumenti (ottimo a tal proposito, il chitarrista Robert Rodrigo), il quartetto mostra purtroppo carenze evidenti e palpabili a livello di produzione ma, ancor di più, di songwriting, laddove i brani, visti nel loro complesso, ben di rado riescono ad inanellare hookline realmente efficaci e prodighe di sussulti, assestandosi piuttosto su di una canonica routine fatta di canzoni “di maniera”, per lo più accettabili ma prive di particolare brillantezza. Il meglio è tutto concentrato nelle prime battute dell’album, parte che sembrerebbe più orientata ad un profilo spiccatamente AOR. Non epocali, ma ad ogni buon conto gradevoli, canzoni come “Don’t Give Up”, “Now Or Never”, “Time To Say Goodbye” e “Twist Of The Wrist”, non sembrano create per stabilire nuovi standard qualitativi, pur tuttavia, si rivelano costruite con sufficiente competenza e con certo buon gusto per arrangiamenti, melodie vocali e freschezza dei ritornelli. Piace discretamente la voce del singer Iñaki Lazkano, piuttosto simile per tonalità a quella dell’ottimo Steve Lee dei Gotthard, seppur meno sicura e dalla pronuncia talora approssimativa. È come detto, un tantino deficitaria invece la produzione dei suoni, mai abbastanza profonda e compatta, né tanto meno pulita e cristallina come necessario. Le note dolenti si concretizzano purtroppo con l’avvicinarsi della parte conclusiva del cd – quella che potremmo definire più propriamente hard rock - composta da tracce banali, poco ispirate e senza mordente. Ne sono testimonianza l’inutile e stucchevole “Blame”, la monotona “I Don’t Need Your Words” e l’altrettanto strascicata title track, episodi nobilitati da una pregevole maestria in sede strumentale, cui però non fa sfortunatamente eco una altrettanto felice riuscita in termini di pura composizione, ancora più mortificata da cori davvero poco ficcanti ed a limite della noia. Riuscito solo a metà, “Fight” non è pertanto quello che si potrebbe definire un album imprescindibile o di prima fascia. Le intenzioni sono delle migliori e le ispirazioni tra le più qualificate. La ruvida realtà purtroppo, ci parla però di un album che non convince del tutto, che offre una manciata di brani interessanti, ma non grandissimi motivi d’entusiasmo. Bungo Baggins, personaggio de “Lo Hobbit” soleva affermare che “la terza volta è quella buona”. Non è stato in effetti così per gli Airless. Speriamo dunque nella quarta. Tracklist: 01. Don’t Give Up 02. Now Or Never 03. Time To Say Goodbye 04. Twist Of The Wrist 05. Crying For Your Love 06. Switch Off The Light 07. Suffering 08. Blame (The Darkness Part II) 09. I Don’t Need Your Words 10. One Last Kiss 11. Fight Line Up: Iñaki Lazkano - Voce Robert Rodrigo - Chitarra Miguel Manjón - Basso Paco Martinez - Batteria True Norwegian Black Metal-Live in Grieghallen Gorgoroth 2008, Regain Records Black Come i più già sapranno, negli ultimi tempi la situazione in casa Gorgoroth è stata quanto mai turbolenta. Tra le dichiarazioni di Gaahl, che ha recentemente deciso di rivelare la propria omosessualità, l'estromissione, a fine 2007, dello storico chitarrista Infernus ad opera dello stesso Gaahl e di King ov Hell e la conseguente annosa disputa legale per i diritti sul nome della band, direi che le vicissitudini negli ultimi anni non sono mancate. Al punto che verrebbe quasi da pensare alla storia recente dei Gorgoroth come a una sorta di rocambolesca metal-telenovela. Basti dire che attualmente coesistono (in modo tutt'altro che pacifico) due diverse formazioni: quella di Infernus che annovera, tra gli altri, lo storico cantante Pest e il drummer Tomas Asklund (Dark Funeral, Dissection) e i Gorgoroth di Gaahl e King, affiancati da vari session-man tra cui spiccano nomi di notevole rilievo quali quelli di Frost e Arve Isdal. Cosa c'entra tutto questo con "True Norwegian Black Metal-Live in Grieghallen"? C'entra eccome, perchè le polemiche tra i nostri hanno ovviamente coinvolto anche questa release, pubblicata da Regain Records con il consenso del solo Infernus dopo che Gaahl e King avevano deciso di non proseguire la collaborazione con la suddetta casa discografica. Da qui un'ulteriore controversia legale, sulla quale si è recentemente pronunciata, a sfavore della Regain Records, la Corte d'Appello di Malmö, che ha considerato non autorizzata la pubblicazione di "True Norwegian Black Metal..." e ne ha disposto la cessazione della distribuzione sul mercato. Sarà dunque piuttosto difficile, se già non l'avete fatta vostra, riuscire a reperire questa release dei Gorgoroth, che peraltro non figurerà nemmeno nella discografia ufficiale della band. Poco male in realtà, perchè "True Norwegian Black Metal-Live in Grieghallen" non è certo quello che suol dirsi un disco imperdibile. Già nel titolo sono presenti due inesattezze, o meglio, due termini che alla prova dei fatti si rivelano assai inappropriati: mi riferisco a "true" e a "live". Perchè? Per la semplice ragione che il disco in questione non è un live, almeno non nel senso in cui il termine viene comunemente usato. Più precisamente è uno studio-live, registrato ai Grieghallen Studios di Bergen. Una scelta che di per sé potrebbe sembrare la più consona ad un gruppo da sempre ostentatamente misantropico come i Gorgoroth, ma non quando, come in questo caso, vada a scapito della genuinità del prodotto. Si consideri tra l'altro che, proprio a causa dei sopracitati contrasti tra i vari membri della band, le parti di basso originariamente suonate da King ov Hell sono state successivamente ri-registrate da Infernus, che dunque in realtà riveste in questo "live" (le virgolette ora s'impongono) il duplice ruolo di bassista e chitarrista. Il che può destare qualche legittima perplessità quando si ha tra le mani un album che ufficialmente si presenta come "suonato dal vivo", salvo voler immaginare il buon Infernus con il dono dell'ubiquità. Ecco perchè prima dicevo che, al di là dei proclami, c'è poco di "vero" -e abbastanza di artefatto- in questa release. Venendo ai contenuti, la prima cosa che salta all'occhio è la scarsa durata del disco, poco più di trenta minuti per sole otto tracce: poca carne al fuoco insomma. Ad onor del vero i pezzi inseriti in scaletta, per lo più classici che i Gorgoroth ripropongono abitualmente dal vivo, sono di per sé validissimi, con ampio spazio dedicato al periodo aureo di "Antichrist" e "Under The Sign Of Hell", dai quali sono tratti ben cinque brani sugli otto presenti. Meno apprezzabile invece la scelta di saltare a piè pari lo storico album d'esordio "Pentagram" così come, del resto, appare piuttosto ingeneroso anche il trattamento riservato agli album da "Destroyer..." fino a "Twilight of The Idols...", che vengono congedati con il proverbiale obolo (un pezzo per ciascuno insomma). Per quanto riguarda l'esecuzione e la qualità dei suoni invece c'è poco da ridire: in entrambi gli aspetti siamo su livelli più che soddisfacenti. Se escludiamo l'endemica assenza del basso (a che sarà servito ri-registrarlo, mi chiedo), i pezzi suonano precisi, potenti e abbastanza corposi. E ci mancherebbe altro, visto che li hanno registrati in studio. Buona ad ogni modo la prova di Gaahl dietro al microfono, anche se sui pezzi storici continuo a preferire Pest. Bisogna dire che è difficile, oltre che probabilmente fuorviante, assegnare un voto a questo "True Norwegian Black Metal-Live in Grieghallen". Personalmente, pur apprezzando in linea di massima la scaletta proposta, la resa sonora e quant'altro, non mi sento di dare una valutazione positiva. Il motivo è che questa release (anche tralasciando quello sgradevole alone di artificialità che si porta appresso) è sostanzialmente inutile. Inutile per gli estimatori di vecchia data, che conoscono già a menadito tutti i pezzi e che tutt'al più potrebbero essere interessati ad un vero live-album, anzichè a questa operazione in studio di scarso significato. Parimenti inutile per coloro che non conoscono i Gorgoroth e fossero intenzionati a colmare la lacuna iniziando da una sorta di "best of", data la limitata rappresentatività che questi miseri trenta minuti rivestono rispetto ad una discografia che conta ormai ben sette full-length all'attivo. Insomma, "True Norwegian Black Metal..." fallisce anche nell'eventuale intento di porsi come una valida raccolta del materiale passato, complici anche le pesanti lacune sopra accennate, mentre come live certamente non regge il confronto con il DVD "Black Mass Kraków 2004", peraltro uscito pressochè in contemporanea, che quantomeno documenta una reale (e per molti versi impressionante) esibizione dal vivo dello storico combo norvegese. Tracklist: 1. Bergtrollets Hevn 03:16 2. Destroyer 02:50 3. The Rite of Infernal Invocation 03:37 4. Forces of Satan Storms 04:34 5. Possessed (by Satan) 05:07 6. Unchain My Heart!!! 04:28 7. Profetens Åpenbaring 04:21 8. Revelation of Doom 03:00 Line Up Infernus - Guitars & bass Gaahl - Vocals Teloch - Session guitars Garghuf - Session drums Fonte: TrueMetal
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A-Lex
Sepultura 2009, SPV Records Thrash C'è da augurarsi che con questo "A-Lex" il tempo dei concept album per i Sepultura sia finito. Il precedente "Dante XXI" (ispirato alla Divina Commedia) fu un esperimento riuscito: l'album propose un modo innovativo di intendere il thrash-core, sia per le scelte legate alla produzione (molto acida), sia per le strutture compositive adottate. Sebbene inizialmente accolto con scetticismo, "Dante XXI" mostrava un gusto tutto particolare, sopratutto per il songwriting, in grado di rendere discretamente bene gli scenari oscuri e il clima violento dei gironi infernali a cui si rifacevano i testi. A tratti potè apparire ostico, per certi versi incomprensibile, ma alla fine riuscì a farsi apprezzare, se non altro per la vincente alchimia tra gli elementi appena citati. Era lecito quindi porsi una domanda: perchè non bissare l'esperimento, magari affrontando una nuova tematica? Ecco allora nascere dalle menti di Kisser & Co. "A-Lex", undicesimo capitolo di una lunga carriera che dovrebbe raccontare, attraverso una nuova sinergia tra musica e lyrics, le trame ordite in 'Arancia Meccanica', romanzo politico di Anthony Burgess uscito nel 1962, oltre che mastodontica opera cinematografica diretta dal maestro Stanley Kubrick. Duole dirlo, ma "A-Lex" sembra il capitolo meno riuscito della loro intera discografia, anche peggio di quell'"Against" che nel 1998, complice anche la dipartita definitiva dai ranghi del frontman Max Cavalera, fece presagire l'inizio della fine per il combo di Belo Horizonte. Rispetto al predecessore sembra che qui i Sepultura abbiano fatto un passo indietro. Dal punto di vista stilistico i connotati si rinvengono in parte nel classico hardcore, da cui sono ripresi gli stili vocali e le ritmiche -che però in questo caso risultano, a parte qualche eccezione, legnose e poco convincenti-, in parte nel thrash-core di matrice newyorkese. Ma il thrash-core che troverete in questo disco è solo una pallida copia della genuina spontaneità che ha reso questo genere celebre nel corso degli anni, risultando in molti frangenti troppo "costruito". La velocità dei pezzi è variabile, spesso smorzata da dilatati e atmosferici tappeti di tastiere e cori. Qua e là qualche tratto acustico, qualche tribalismo modulato (ben lontano da quegli inserti veraci che Max Cavalera aveva ipotizzato ai suoi tempi) e il gioco è fatto. Tutto qui, vi domanderete? Purtroppo si. Un po' poco se riportiamo alla mente la consistenza e l'efficacia del songwriting che aveva caratterizzato i quindici pezzi dell'album precedente. La valutazione sarebbe ben più grave se non fosse per l'ottima prova al microfono da parte del gigante nero Derrick Green e per una produzione in grado di amalgamare sapientemente tra loro i suoni, fino a ottenere un sound metallico perfettamente temprato, solido e compatto. I diciotto pezzi forzatamente stringati, la cui media è approssimativamente vicina ai tre minuti scarsi, si susseguono uno dietro l'altro senza l'ombra di un filo logico e senza che si riesca ad avvertire il disegno complessivo, non riuscendo a trasmettere la sensazione di coerenza propria di un concept. Non sono presenti strutture sufficientemente elaborate né alcun richiamo tra le diverse tracce; insomma risulta difficile identificare in questo "A-Lex" i temi propri dell'opera a cui dovrebbe essere ispirato. Tutto appare poco coeso e il risultato finale si rivela ostico e a tratti davvero fiacco. Qualche singolo brano si fa gradire, su tutti Moloko Mesto, Forceful Behavior e Conform, ma è poco se si considera che a farla da padrone dovrebbe essere l'ambizione di saldare le diciotto tracce proposte in un unico e omogeneo volume. "A-Lex" pare una falla nel percorso discografico vario, ma fin qui ben battuto, dei Sepultura. Il full-length potrebbe essere un mero errore dettato dal tentativo di ripetersi dopo i positivi riscontri ottenuti con "Dante XXI", ma se è vero che nei proverbi latini si trova sempre qualche buono spunto per imparare, cogliamo l'occasione per ricordare che: 'errare humanum est, perseverare autem diabolicum'. E chi persevera nell'errore finisce all'inferno, e stavolta non ci sarà Dante che tenga, perchè un altro capitolo così mediocre, prevedo, saranno ben in pochi a tollerarlo. Nicola Furlan Tracklist: 01 A-Lex I 02 Moloko Mesto 03 Filthy Rot 04 We've Lost You 05 What I do! 06 A-Lex II 07 The Treatment 08 Metamorphosis 09 Sadistic Values 10 Forceful Behavior 11 Conform 12 A-Lex III 13 The Experiment 14 Strike 15 Enough Said 16 Ludwig Van 17 A-Lex IV 18 Paradox Line-Up: Derrick Green: voce Andreas Kisser: chitarra Paulo Pinto Jr.: basso Jean Dolabella: batteria All Of My Days Hope 2008, Escape / Frontiers AOR Uscito lo scorso mese di novembre, “All of my days” è il debutto assoluto degli svedesi Hope, band composta da personaggi poco noti al grande pubblico ma dotati di notevole esperienza e significative qualità in ogni ambito. L’offerta presentata dal trio di musicisti si fonda su di un AOR leggerissimo, orecchiabile e di facile ascolto, gradevolmente raffinato e dai contorni west coast, in cui risaltano sfumature un po’ country e qualche spunto più pop ottimo per rendere i brani estremamente digeribili e “veloci”. Una buona voce alla Bryan Adams - quella del singer e bassista Henrik Thomsen - una manciata di canzoni molto ben prodotte ed arrangiate, unite a molto mestiere, portano alla ribalta un risultato che si fa apprezzare con stile ed intrattiene garbatamente, accompagnando con estrema classe ed eleganza lungo un percorso composto da undici brani tutti all’insegna del relax e delle sensazioni positive. In simili casi, si parla solitamente del classico disco di pregevole fattura e buona resa, cui tuttavia non è lecito chiedere nulla più di una semplice e rapida ventata di spigliata leggerezza e piacevole entertainment. Questa volta invece, oltre alle canoniche e sempre ben accette armonie immancabili in prodotti di tale natura, si mettono in luce anche un paio d’episodi davvero sopra le righe e meritevoli di menzione assoluta. Quel piccolo gruppetto di tracce cioè, che contribuisce a mutare un album, interessante ma di maniera, in un qualcosa di leggermente più completo e convincente. Al di sopra insomma, di quella che può essere definita come la soglia dell’”accettabile ma di routine”. Un nucleo di canzoni come “Bring Down The Stars”, “Saving All My Lovin’”, “Baby Don’t Cry” e soprattutto come la spensierata “See The Sign”, riesce, infatti, nell’intento di qualificare la prima fatica degli Hope in modo efficace e più che positivo, ponendola nella posizione di lieta e graditissima sorpresa. Echi di realtà country invero poco note come Big And Rich e James Otto, frammiste a cose decisamente più conosciute come Van Zant, Bryan Adams, via via sino a coinvolgere addirittura alcuni accordi accostabili agli U2, rimarcano uno spirito spensierato e solare, lieve e per nulla impegnativo e, proprio per tale ragione, davvero piacevole ad ascoltarsi. Non c’è in fondo molto da aggiungere. Certo, un cd come “All of my days” non è, di sicuro, garanzia d’effetti speciali, enormi prove di concetto o pregnanza di significati profondi. Tuttavia lo stile agile e scattante, la freschezza con cui i vari brani si propongono, l’aria tanto sbarazzina e divertita, non lasciano per nulla indifferenti e, favorendo il buon umore e qualche sorriso, contribuiscono a colorare con tonalità allegre e frizzanti anche giornate grigie e monotone. Occorre ben poco per gradire la proposta degli Hope. Anche un solo e velocissimo ascolto, potrebbe rivelarsi più che sufficiente. Tracklist: 01. I Want You 02. Why Don’t We Talk About It 03. All Of My Days 04. Bring Down The Stars 05. You Could Be Mine 06. See The Sign 07. Come Alive 08. I’m Free 09. Saving All My Lovin’ 10. Baby Don’t Cry 11. Somebody Line Up: Henrik Thomsen – Voce / Basso / Chitarra Acustica Mats Johansson - Chitarra Imre Daun - Batteria Roll The Bone Bud Tribe 2009, MyGraveyard Productions Heavy Ci sono voluti undici anni e quintali di sudore sparsi su buona parte dei palchi italiani – talvolta anche i più infimi – per poter assaporare il secondo disco ufficiale della Bud Tribe capitanata da Daniele Ancillotti, storico singer della Strana Officina, detto “Bud”. Fra On The Warpath e questo Roll The Bone di fatti ne sono accaduti parecchi: in primis la scomparsa del chitarrista Marcellino Masi, nel 2002, poi l’uscita dello splendido singolo In Remembrance (2001) e, per finire, lo split sotto forma di 45 giri Starrider/Dr. Franky insieme con l’Impero Delle Ombre, l’anno scorso per la Jolly Rogers Records. Il nuovo capitolo del combo toscano vede la luce per la Mygraveyard Productions di Giuliano Mazzardi, un vero dannato dell’HM più viscerale nonché instancabile organizzatore del Keep It True Festival italiano, semplicemente denominato Play It Loud. Roll The Bone, fra gli inediti veri, schiera un manipolo di canzoni già conosciute dai tantissimi frequentatori del mondo “Strana” e altri pezzi che da anni campeggiano nella scaletta dal vivo della Bud Tribe che effettivamente urlavano vendetta. Finalmente, va sottolineato, ci si può gustare il consueto opener da concerto Face The Devil semplicemente pigiando il tasto Play, così come uno straclassico del livello di Non Sei Normale trova la giusta collocazione – e produzione – all’interno di un dischetto ottico. La line-up non ha subito scossoni, come è d’uopo in un gruppo di inossidabili musicisti che fa della musica e dello stare insieme il proprio credo, lasciando da parte menate varie legate all’ego, di certo non di casa in ambito Bud Tribe. Quindi dietro alle pelli il consueto bombardiere dei Sabotage Dario Caroli, uno fra i migliori batteristi dell’HM italiano, senza dubbio. Al basso Alessandro “Bid” Ancillotti, fratello di Daniele, solido come pochi mentre alla chitarra l’ex Sabotage Leonardo “Leo” Milani, detto “Bomber”, preciso e tremendamente heavy metal nel suono. Forsaken World funge da intro tribale a Roll The Bone, la title track, un attacco HM in piena regola lungo cinque minuti e mezzo dove il vocalist abbraccia un po’ tutte le tonalità dall’alto della sua esperienza. In Holy War la velocità si mantiene alta e a tratti fanno capolino voci effettate ma è con l’eclettica e variegata Mother’s Cry che la Bud Tribe cala l’asso: atmosfera trasognata mista a Metallo in mezzo alle gengive grazie ai riff spaccaossa di “Bomber” Milani. Bud è il solito animale – in senso buono, eh? – nato artisticamente con il Blues che dà il tocco finale da maestro come pochi in ambito nazionale e il resto è storia. La strumentale Gates of Hades riporta a cose dell’Impero Delle Ombre, Face The Devil è uno schiaffo cadenzato in mezzo al viso mentre Ghost Dance rappresenta il brano che aspettavo con ansia, laddove l’agrodolce metallico latino si sublima, un po’ come accadde su On The Warpath in occasione di Black Widow. Grande spazio alla malinconia fatta musica nella monumentale Breaking The Spell, episodio da manuale del songwriting. Ritorno dell’artiglieria pesante nella straconosciuta Starrider, atterra la leggenda in Non Sei Normale e chiusura ancora in italiano con Non Finirà Mai, altra vecchia conoscenza delle scalette live dei Nostri. Non Finirà Mai? Noi tutti ce lo auguriamo, Bud Tribe, avanti così! Stefano “Steven Rich” Ricetti Tracklist: 1. Forsaken World 2. Roll the Bone 3. Holy War 4. Mother's Cry 5. Gates of Hades 6. Face the Devil 7. Ghost Dance 8. Breaking the Spell 9. Starrider 10. Non sei normale 11. Non finirà mai Line-up: Daniele "Bud" Ancillotti - Vocals Sandro "Bid" Ancillotti - Bass Dario Caroli - Drums Leo “Bomber” Milani - Guitar Fonte: TrueMetal
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Advent Parallax
Averse Sefira 2008, Candlelight Records Black Gli Averse Sefira sono uno di quei reiterati e longevi esempi di black metal che ha dovuto affrontare l'ostacolo di nascere oltre oceano, lontani dai riflettori del palcoscenico europeo e per questo in un certo modo ghettizzati da un pubblico che ai tempi del loro ingresso nella scena era tutt'altro che abituato a sonorità oscure, scream laceranti e immagini tipiche dell'universo estremo europeo. Prima dell'avvento di internet era certamente più difficile diffondere l'arte della fiamma nera in America, ma un manipolo di blackster, dal New Jersey fino alle terre dei Cowboy, è riuscito nell'intento di promulgare la parola. I nostri due/tre texani sono riusciti nel loro intento e hanno sfornato, nel corso di 12 anni, 4 full length e una manciata di demo/split. Advent Parallax dovrebbe segnare la consacrazione del combo anche in terra europea grazie a un black metal leggermente atipico, legato a sonorità e immagini legate alla tradizione scandinava di scuola Immortaliana, come dimostrano le foto promozionali in pieno corpse painting e mare di spuntoni ai polsi e alle braccia. Non è una scelta casuale quella di battere sul chiodo dell'americanità, giacché il loro metal, in patria, è considerato tra i migliori in circolazione, al pari dei primi elementi della scuola scandinava moderna. Il prodotto finale risponde ai proclama tipici del genere, con in più un "quirk" pseudo-progressivista, alla Deathspell Omega per intenderci - ma senza le esagerazioni di questi ultimi. Le chitarre, devastanti e serrate, procedono con un andamento irregolare, basato sul contrasto tra i riff in decisa asincronia che generano un'atmosfera insalubre che ben si adatta ai temi occulti trattati. La bellezza - e il limite - di questo Advent Parallax risiede proprio in quest'aspetto dominante. I ragazzi ci sanno fare, tecnicamente siamo possibilmente all'apice del raw black metal, ma il discostamento dai binari del conosciuto è troppo poco per parlare di talento allo stato brado sbrigliato nei modi più imprevedibili, alla Arcturus per intenderci. Quest'album è certamente un solido ibrido di black metal dei primi anni '90 e protoblack metal Venomiano, fluido, ripetitivo e allo stesso tempo persino fastidioso per chi non è in grado di masticare i continui progressi da un tempo a un altro o da un registro a un altro. L'album inizia con un manierismo di fondo che lascia ben poco all'ascoltatore, tuttavia matura in fretta fino alla splendida accoppiata "A Shower of Idols" e "Refractions Of An Exploded Singularity", i cui titoli Vintersorghiani lasciano spazio a momenti più leggeri e intellettuali senza scadere nell'eccessiva banalità della prima metà dell'opera. In sostanza, Advent Parallax è un bel disco di mestiere: leggermente ostico per i puristi, benvenuto per chi non vive solo di black metal, ma non essenziale. Non passerà probabilmente alla storia perché non dotato di un'anima personale, ma è l'ennesimo tassello di un paese che continua a crescere e che presto diventerà il principale contendente del black metal originario, che in più di un'occasione ha dimostrato la stanchezza tipica di chi è prossimo ai 30 anni di età e tradizione. Daniele "Fenrir" Balestrieri TRACKLIST: 01 Descension 02 Séance In A Warrior's Memory 03 Viral Kinesis 04 Cognition Of Rebrith 05 Serpent Recoil 06 A Shower Of Idols 07 Refractions Of An Exploded Singularity 08 Vomitorium Angelis Venom Empire Betoken 2009, Heart Of Steel Records Power I milanesi Betoken, attivi dal 2000, giungono al quarto album – considerando tale anche l’esordio Chrysalis del 2001 -, traguardo assolutamente prestigioso per un gruppo italiano, sempre e comunque. Venom Empire, dalla copertina davvero originale ed evocativa, vede la luce per l’attiva e selettiva Heart Of Steel Records di Primo Bonali, etichetta straconosciuta soprattutto fra gli amanti della Nwoihm. Il booklet, di dodici pagine, contiene tutti i testi e prevede quelle centrali con le foto dei quattro componenti della band, quindi niente di nuovo sul fronte occidentale. L’album si compone di tredici brani che principalmente riportano alle sonorità americane legate al Power Metal di stampo melodico americano ma non solo. Come citato nelle note accompagnatorie, i Nostri prendono ispirazione dai Queensryche del periodo Operation Mindcrime/Empire, dai Vicious Rumors nonché da qualcosa proveniente dai Megadeth. I minuti durante l’ascolto scorrono e di impronte tangibili ne rimangono davvero poche, seppure non va assolutamente disconosciuto al combo meneghino il valore intrinseco dei singoli strumentisti. Personalmente, fra i solchi di Venom Empire ho trovato anche alcune analogie nostrane (i Labyrinth nella title track) ma quello che manca davvero è l’hook giusto almeno in qualche brano per poter destare l’attenzione che, fatalmente, viene poi sopraffatta dalla noia. Le impennate sono relegate in fondo all’album e rispondono al nome di Smell Of Death And Rotten Poison (episodio corposo e articolato), la frizzante In The Name Of This Endless Fall e la conclusiva Reason Turns To Grey, dalle tastiere a la Savatage. I Betoken, per lasciare davvero il segno, devono osare di più e non escludere in alcuni casi l’attacco frontale, visto che non difettano certo di tecnica ed esperienza in materia. Gli arzigogoli vanno prevalentemente dirottati al servizio dei pezzi e non viceversa. Stefano “Steven Rich” Ricetti Tracklist: 1. Collusion is my reign 2. Holocaust for me 3. Obscure place 4. Venom empire 5. Who is the beast? 6. You're not in 7. Sensation of tyranny 8. Evolution kills the man 9. So black 10. Smell of death and rotten poison 11. In the name of this endless fall 12. My shadow loves decay 13. Reason turns to grey Line-up: Antonio Pecere - Vocals Ivo Ricci - Rhythm, Lead/Acoustic Guitar, Keyboards ,Drums Michele De Ponti - Lead/Acoustic Guitar Alex Raven - Bass Fonte: TrueMetal
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Loyal To None
Herman Frank 2009, Metal Heaven Heavy A volte ritornano: Herman Frank, chitarrista degli Accept nel periodo d’oro di Balls To The Wall ma anche dai trascorsi in Sinner e Victory se ne esce con l’esordio discografico intitolato profeticamente Loyal To None. Compagni d’avventura in formazione sono nientepopodimeno che Jiotis Paracharidis (ex Victory) dietro al microfono, il bassista dei Running Wild Peter Pichl e l’ex tutto (Accept, Krokus, Helloween, Paradox, Running Wild, U.D.O., X-Wild) Stefan Schwarzmann alla batteria. What you need is what you get, così recitava un adagio di qualche tempo fa. Infatti i dieci brani contenuti grondano di HM classico, dalle diverse sfaccettature ma legati a un cordone ombelicale che riporta sommessamente alla musica più ortodossa, nonostante alcune svisate qua e là. Moon II è letteralmente “rubata” ai Running Wild più rocciosi ma rispetto agli Hamburger risulta arricchita da un singer che nella fattispecie ricorda molto da vicino Ted Bullet, dei Thunderhead, quindi roba da leccarsi i baffi. Inizio di Loyal To None, alla grande, quindi, con un pezzo che per chi scrive risulta essere l’highlight del disco grazie a linee vocali assassine e violenza sparsa. Da rimarcare il solo di Herr Frank: da capogiro. Le mazzate continuano con 7 Stars, a metà fra Iron Savior e Krokus, Father Buries Son pesta ancora ma in modalità americana e si staglia al cielo per via di un bridge memorabile. Heal Me allenta le tensione, peraltro giustamente, evocando i Whitesnake più epici e sospiranti, mentre nel coro la “Herman Frank Band” scimmiotta i Def Leppard. Hero riporta alla Los Angeles degli anni Ottanta senza impressionare, mentre Kill The King colpisce eccome, in virtù di un Jiotis sugli scudi. Lo spettro del Capitano Rock’N’Rolf aleggia sul granitico speed’n’power di Down To The Valley così come in Lord Tonight, mentre Bastard Legions di bastardo ha solo il titolo, per il resto scorre senza graffiare più di tanto, porgendo il fianco al Rock’N’Roll più festaiolo, invero un poco fuori ambientazione. Welcome To Hell, posta in chiusura, raddrizza un poco il tiro, grazie a un buon coro e nulla più. Loyal Of None propone alcune bordate di sanissimo HM Made in Germany, mantiene un livello interessante e quando stecca non è mai clamorosamente. Un gradito ritorno e una buona sorpresa, quindi, dalla solidità assicurata. Acquisto obbligato per i tanti, troppi, Running Wild maniac, una sorta di panacea atta a lenire l’attesa di quello che forse non arriverà più… PS: l’artwork di copertina è esplicito, in tal senso. Stefano “Steven Rich” Ricetti Tracklist: 1. Moon II 2. 7 Stars 3. Father Buries Son 4. Heal Me 5. Hero 6. Kill The King 7. Down To The Valley 8. Lord Tonight 9. Bastard Legions 10. Welcome To Hell Line-up: Jiotis Paracharidis - Vocals Herman Frank - Guitars Peter Pichl - Bass Stefan Schwarzmann – Drums Above Samael 2009, Nuclear Blast/Audioglobe Black Ok, avete letto il nome Samael lì in alto. Ok, avete letto anche "Black" come categoria musicale, e sapete che TrueMetal ha etichette abbastanza rigide e a volte queste non riflettono la complessità di un genere musicale. Ma qui non c'è nessun equivoco: Above è puro, malvagio, feroce black metal. A questo punto molti avranno ascoltato l'anteprima resa disponibile settimane fa dal gruppo svizzero, quella Illumination che aveva lasciato basiti tutti i fan abituati ormai al groove industriale dei Samael: come spiegare quindi che quel brano è in realtà uno dei più "catchy" dell'intero disco? I Samael sono impazziti, hanno buttato giù una manciata di brani semplici, grezzi e dannatamente efficaci, con linee melodiche riconoscibili solo dopo qualche ascolto, e si sono resi responsabili di una delle uscite black metal più interessanti dalla fine degli anni '90 in poi. Quello che doveva essere un side-project di Xy e Vorph, i due fratelli da sempre responsabili di musica e testi per i Samael, si è in realtà trasformato nel nuovo disco targato Samael, a costo di scontentare i vecchi fan: o magari no, se consideriamo che in realtà quelli davvero vecchi sono coloro rimasti scontenti della svolta industrial/apocalittica di Passage nel 1996! Ma se non ascoltate superficialmente, se andate a fondo e davvero avete capito il percorso musicale del gruppo di Sion, vi accorgerete che sotto la coltre di chitarre taglienti, sotto al bassi rombante e per una volta non groovy di Masmiseim, c'è la stessa filosofia che ha nutrito gli svizzeri per anni: un feeling "globale", futuristico, ancora ben espresso dalla drum machine di Xy. Certo, qui sono i blast beat (!) a farla da padrone; non c'è una singola, sperduta nota di pianoforte o synth, se non qualche flebile tastiera di sfondo a un paio di chorus, appena percettibile. Non uno strumento etnico, non uno strumento acustico: solo gelo e impatto frontale. La melodia c'è, ma non è lo scopo dei Samael su Above: è il mezzo con cui i pezzi diventano così affascinanti, e si imprimono a fondo nel marchio "Samael". Under one flag, On the top of it all, Polygames, tutti pezzi impensabili fino a solo pochi mesi fa, improntati a una velocità assassina ma ancora capaci di aperture epiche, come pochi gruppi del settore sanno fare: e sono le chitarre a farsene carico, senza il minimo intervento artificiale. Illumination, o le stupende Black Hole e Virtual war giocano invece di più sul groove, ma è sempre un termine relativo: da considerare con attenzione. Suggella il tutto una produzione semplice, breve ma non affrettata, che fa risaltare quasi solo chitarre e batteria (sintetica), affrescando però alla perfezione un disco che si voleva colorare con poche, contrastate tinte. Sorpresi? Dovreste sempre esserlo, coi Samael: è quando questo non accade (vedi i leggermente più deboli Eternal e Solar Soul) che la delusione serpeggia. Impossibile non considerare Above come una delle perle del 2009: a patto di conoscere davvero, e a fondo, i Samael e i loro obiettivi. Alberto 'Hellbound' Fittarelli Tracklist: 1. Under One Flag 03:43 2. Virtual War 04:04 3. Polygames 03:55 4. Earth Country 03:55 5. Illumination 03:31 6. Black Hole 03:38 7. In There 04:01 8. Dark Side 03:30 9. God's Snake 04:07 10. On the Top of It All 04:42 11. Black Hole (Verso Mix) (Bonus Track) Fonte: TrueMetal
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My Inner Demon
Silverlane 2009, Drakkar Records Power Ecco che dopo tanto lavoro i Silverlane arrivano al loro secondo full-length: My Inner Demon. La band teutonica è formata da Simon Michael (batteria), dal fratello Chris (chitarra) e dalla sorella Dodo (tastiere) che nel lontano 1995 iniziarono a suonare insieme al loro compagno di scuola Daniel (basso) solo per gioco, senza sapere che successivamente il loro batterista sarebbe stato ingaggiato nientepopodimenoche nei grandissimi Subway To Sally, impressionati dalla sua bravura e dalla capacità innata di scrivere canzoni. Questo portò inizialmente una spaccatura nel gruppo, e in effetti la cosa non è nemmeno tanto strana: suonare in una band così famosa comporta delle grosse responsabilità e dei grossi impegni. Senza demordere però Michael continuò a suonare con i Silverlane e, grazie alla visibilità acquistata con i Subway, nel 2005 rilasciarono il loro primo disco Legends Of Safar, che non riscosse però il successo sperato. Ora si ripresentano più forti che mai con questo My Inner Demon, che a detta del recensore non è esattamente un concentrato di originalità ma che si può comunque considerare un buonissimo album. Quello proposto dalla band è un Power di ispirazione palesemente helloweeniana ma caratterizzato da riff più granitici e accelerazioni decisamente heavy (il doppio pedale a raffica è uno dei punti chiave del disco), come dimostra la prima traccia Wings Of Eternity che per le linee vocali, per il timbro del cantante Ecki Singer (che ironia della sorte si chiama proprio Singer di cognome) davvero molto simile a quello di Andi Deris e per la struttura della canzone fa quasi il verso a The Saints di Gambling With The Devil. Intelligente l’uso delle tastiere, mai esagerate o fuori luogo, che servono talvolta per rendere più pomposo il sound e talvolta per suonare intro lenti che preannunciano una sfuriata musicale non indifferente. Le canzoni sono per la maggior parte trascinanti come dimostrano rispettivamente la seconda e la terza traccia Miracle e Flight Of Icarus caratterizzate da chorus avvincenti, da un riffing paticolare e, nel caso dell’ultima citata da inserti elettronici perfettamente uniti al contesto musicale. Splendida la title track a cui segue Tears Of Pain, una stupenda ballad romantica e ricca di emozioni che riprende vagamente le ballate melanconice dei Sonata dei tempi d’oro. Stupenda Serenade Of Wind, due minuti e tredici secondi di musica completamente orchestrale che ricorda nemmeno troppo alla lontana gli olandesi Epica, che fa da intro a The Dark Storm. La chiusura del disco è affidata ad un’altra dolcissima ballata carica di epicità interpretata egregiamente da Ecki: si tratta di Slowly, che diversamente dall’altra Tears Of Pain è accompagnata solo da strumenti operistici: niente batteria, chitarra, basso. Una degna conclusione per un disco davvero molto bello. Insomma i Silverlane grazie all’esperienza accumulata sono riusciti a creare un album ottimo, ricco di influenze e trascinante nonostante pecchi leggermente di originalità. Molto ben fatto quindi questo My Inner Demon, che sicuramente piacerà a coloro che amano gli Helloween dell’era Deris, la melodicità dei Sonata Arctica e le imponenti orchestrazioni degli Epica. In attesa del nuovo album faccio i miei più sentiti complimenti ad una band che spero maturerà ulteriormente nella fase di songwriting e che riesca ad aggiungere un tocco in più di personalità ad un sound già fuori rodaggio. Forza ragazzi! Tracklist: 1. Wings Of Eternity 2. Miracle 3. The Flight Of Icarus 4. The Taste Of Sin 5. My Inner Demon 6. Tears Of Pain 7. In The Desert 8. Kingdom Of Sand 9. Full Moon 10. Serenade Of Wind 11. The Dark Storm 12. Slowly Fear And Innocence Lost Weekend 2008, Escape / Frontiers Hard Rock Quello dei Lost Weekend è un nome di discreta affidabilità all’interno del panorama hard rock europeo. Dopo aver avuto rapporti con alcune delle più importanti label specializzate nel settore, il gruppo britannico ha siglato sul finire del 2008 un contratto con l’esperta e solida Escape records, etichetta che si è resa responsabile della release di “Fear And Innocence”, quinto capitolo nella discografia della band. Chi già possiede un minimo di confidenza con i trascorsi dei cinque inglesi, non sarà di certo stupito nel sentir descrivere quelli che sono i riferimenti principali, al solito, prescelti nella stesura delle composizioni. In parecchie circostanze, vicini ai MSG, in qualche raro frangente affini ai Thin Lizzy ma soprattutto, una massiccia incidenza degli UFO (merito anche della voce del singer Paul Uttley, simile a quella del buon Phil Moog), è quanto rilevabile con estrema facilità all’interno dei vari brani, ancorati come sempre ad un rock blues dai rari fuochi pirotecnici ma dalla discreta sostanza. Una produzione molto professionale e ben bilanciata, merito del navigato Martin Kronlund, consente ai pezzi una resa d’indubbia efficacia, sebbene in nessun caso si possa parlare di songwriting eccelso o sopra le righe né tanto meno, di capolavoro o disco imperdibile. Da sottolineare ad ogni buon conto, come le canzoni, riescano a crescere sensibilmente con l’aggiungersi di nuovi ascolti e con una maggiore dimestichezza, offrendo così sensazioni positive ed un’approvazione sincera nei confronti di un album schietto e dal sapore genuino. In questa ottica, non è pertanto troppo difficoltoso apprezzare la consistenza di “Only The Strong Survive” e “Another Lonely Nights in Tears”, così come la buona verve ed il ritmo di “A Little Older With Style”, “Back Street Living” e dell’iniziale “The Eagle”, canzoni che mettono sul piatto un interessante corredo d’energia, qualche linea melodica dal sapore piacevolmente retrò ed una coesione che, grazie a meccanismi ormai collaudati e sicuri, non tarda a manifestarsi appieno. Facilmente descrivibile, come accaduto e riporato da più parti, come il miglior episodio in carriera, per il gruppo inglese è con tutta probabilità ideale una definizione che gli stessi Paul Uttely e Dave Thompson, principali responsabili del progetto, suggeriscono tramite il titolo di una delle loro nuove tracce. “A Little Older With Style - un po’ attempato ma con stile”. Ovvero, un genere, un mix, una formula, forse un po’ antica ma tutto sommato sempre fornita di stile ed interesse. Un disco, per farla breve, che non sorprende e non incanta, ma con ottimo mestiere e notevole professionalità sa rivelarsi interessante e discretamente riuscito e potrà essere, qualora capitasse sul vostro cammino e foste amanti del genere, un ascolto per nulla sgradevole o privo di risvolti di buon valore. Tracklist: 01. The Eagle 02. Life With The Lid Taken Off 03. A Little Older With Style 04. A Face Of An Angel 05. Father And Son 06. Back Street Living 07. Another Lonely Nights In Tears 08. Hearts And Minds 09. Find My Own Way 10. Only The Strong Survive 11. Stone Hearted Woman Line Up: Paul Uttley – Voce Dave Thompson – Chitarra Paul Surrall – Chitarra Robin Patchett – Basso Jack Himsworth - Batteria Fonte: TrueMetal
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No Place Left To Fall
Bill Champlin 2008, Zink Music / Frontiers AOR Edito sul finire del 2008, “No Place Left To Fall” è stato una delle tante ragioni che hanno indotto gli amanti di certo rock melodico a decretare i dodici mesi appena trascorsi come uno dei periodi migliori mai manifestatisi in tale ambito. Poco conosciuto al grande pubblico, Bill Champlin è, ai più esperti, noto per avere avuto a che fare in epoche invero remotissime (primi eighties) con i leggendari Chicago, gruppo con il quale collaborò alla realizzazione di alcuni ellepi davvero storici come “Chicago 16” e “Chicago 17”. Assente dalle scene da ben tredici anni, il recente come back ha dunque assunto i contorni del “miracoloso”, riportando sulle scene un pezzo di storia della musica melodica che ormai pareva perduto. Il miracoloso tuttavia, non è aggettivo che può essere riferito in modo unico ad un ritorno inatteso. La qualità dell’offerta, il valore dei brani e la classe esibita, sono, infatti, tali da indurre in valutazioni parimenti entusiastiche, portando a definire “No Place Left To Fall” come uno degli esempi più convincenti, completi e ben assortiti di musica “westcoastiana” da parecchio tempo a questa parte. Ricco ed articolato, l’album si dipana lungo una serie di canzoni in cui i passaggi a vuoto tendono ad essere questione minima e dove buongusto ed atmosfere eleganti abbondano. Considerate tredici tracce, e definite le sole “I Want You To Stay” e “Lover Like That” quali episodi di caratura lievemente inferiore, la panoramica complessiva parla di una sequenza notevole di melodie in pieno stile west coast, impreziosite da passaggi jazz rock, spunti blues con divagazioni quasi gospel e scintille rock anni settanta che, inevitabilmente, vanno a ricollegarsi con quella che è stata l’epoca di maggiore successo per il cantautore statunitense, ovvero quella trascorsa in compagnia di Peter Cetera e dei grandi Chicago. Il rischio di scadere in un elenco banale e senza significato, dato l’alto valore complessivo, è palese. È sufficiente dunque, dare notizia di quattro esempi che ben esplicano la qualità di un disco squisitamente pregevole. La setosa e levigata “The Truth”, il sontuoso gospel-blues di “Lookin’ For You”, le splendide orchestrazioni settantiane di “Never Been Afraid” e l’aria romantica e passionale della conclusiva “All Along”, dicono veramente tutto, non lasciando minimo spazio a qualsivoglia nota di demerito. Melodie leggiadre, arie frizzanti, suoni ricercati che passano talora attraverso il fascino di un hammond e la profondità del Moog, classe, classe e ancora tanta ed infinita classe, costituiscono anima e cuore di un album in cui la musica è, per una volta, davvero quella con la proverbiale “M” maiuscola. Confezionato grazie all’aiuto di una lunghissima serie di ospiti, tra cui spiccano i prestigiosi nomi di Steve Lukather, Bruce Gaitsch e dell’amico di vecchia data Peter Cetera, “No Place Left To Fall” è un distillato di stile che incanta, colpisce e conquista sin dalla prima nota. Un alone di sottile magia, un velo languido che evoca immagini romanticamente ancorate all’america dei primi anni ottanta. Una voglia di fare musica che sappia essere autentica ed “artigianale” sul serio. Chiunque ami dunque, le cose ben fatte, suonate con perizia ma soprattutto, realizzate con stile, è avvertito. Ecco il classico platter che valica i confini di settore e riesce nell’intento, solitamente non comune, di piacere e farsi consigliare davvero un po’ a tutti. Amanti dell’ AOR e non. Un buon esempio, insomma, di ciò che tra qualche anno verrà elevato allo status di "cult". Tracklist: 01. Total Control 02. Tuggin' On Your Sleeve 03. The Truth 04. No Place Left To Fall 05. Lover Like That 06. Lookin' For You 07. Never Been Afraid 08. Angelina 09. Look Away 10. I Want You To Stay 11. Never Let Go 12. Stone Cold Hollywood 13. All Along Line Up: Bill Champlin – Voce / Piano / Tastiere / Chitarra Tamara Champlin - Voce Will Champlin – Voce / Piano Michael English – Voce / Cori Bruce Gaitsch - Chitarra Steve Lukather - Chitarra Keith Howland - Chitarra George Hawkins Jr. - Basso Mark Eddinger - Tastiere / Moog Billy Ward - Batteria Danny Falcone - Tromba Gil Kaupp - Tromba Nathan Tanouye - Trombone Phil Wigfall - Sax Robert Mader - Sax Jerry Merra - Sax Peter Cetera - Cori Angelo Petrucci - Cori Veronica Petrucci - Cori Isabeau Miller - Cori Dennis Matkosky - Cori Leslie Matkosky - Cori Keith Landry - Cori Beth Hooker - Cori Out Of Body Experience Degradead 2009, Dockyard 1/Audioglobe Death È passato circa un anno dall'esordio avvenuto con Til Death Do Us Apart, full-length in cui i Degradead riuscivano a dimostrare ottime capacità a livello esecutivo, ma pochissime idee per quanto riguarda la composizione dei brani. Il combo svedese torna quindi a farsi sentire con il secondo studio album della carriera, Out Of Body Experience, disco che segue la stessa e identica scia tracciata con il disco precedente. Pochissime novità anche per quanto riguarda questo secondo full-length, quindi. Come era già accaduto con il disco precedente, a mettersi in risalto è come al solito una produzione modernissima e curata nei minimi dettagli, ma per quanto riguarda il fattore songwriting sono veramente ben poche le idee che vanno a comporre i quattordici brani a disposizione. La formula adottata è sempre la stessa: melodeath già sentito da migliaia di altre band in circolazione, fatto di chitarre possenti che sorreggono la classica voce in scream alternata a ritornelli decisamente catchy. Compitino svolto piuttosto diligentemente quello dei Degradead, i quali ci offrono una serie di brani ben suonati, che mettono in mostra le buone capacità tecniche del combo di stoccolma, ma che, purtroppo, nella maggior parte dei casi faticano a decollare già durante il primo ascolto, risultando essere anche noiosi con l'arrivo dei successivi giri del lettore. Le idee non sono del tutto assenti, ci mancherebbe altro, ma, per più di un'occasione, risultano essere sfruttate piuttosto malamente. Inutile scendere nel dettaglio di una tracklist decisamente omogenea e, a dirla tutta, anche fin troppo ripetitiva, dove comunque a mettersi in bella mostra c'è sempre l'ottimo operato degli elementi coinvolti, i quali offrono all'ascoltatore una prova esecutiva precisa al millimetro, ma che non riesce a salvare le sorti un disco composto senza un briciolo di personalità e, sopratutto, senza la minima voglia di andare oltre quelli che sono i classici e strasentiti standard del genere. Insomma, poche nuove dai Degradead. Se con la release precedente erano riusciti a consegnarci fra le mani un disco poco distante dai classici stilemi del genere, ma che comunque conteneva al suo interno una buona dose di personalità che faceva ben sperare per il futuro, con questo nuovo full-lenght, il combo svedese non fa altro che rimanere fisso sulle coordinate stilistiche dei maestri (i "soliti" In Flames per primi) senza avere la voglia di osare e di dare alla luce qualcosa di più originale. In definitiva, Out Of Body Experience raggiunge la sufficienza grazie solo ed esclusivamente ad una produzione curatissima nei minimi particolari, ma per il resto, è un prodotto che sicuramente si perderà in un mercato che offre altre realtà decisamente più interessanti. Angelo 'KK' D'Acunto Tracklist: 01 All Is Gone 02 Wake The Storm 03 Achieve The Sky 04 Everlasting Hatred 05 Depths Of Darkness 06 V.X.R. 07 Future Is Now 08 Transmigration 09 The Burning Orchid 10 Almost Dead 11 Dream 12 Illusion 13 Suffering 14 Unfortunate Fonte: TrueMetal
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The Borderland Rituals
Umbra Nihil 2008, Epidemie Records Doom Gli Umbra Nihil sono un gruppo abbastanza sconosciuto, ma autore di uno degli album più eclettici e peculiari di tutto il panorama doom: Gnoia. Primo full-length, dopo il buon demo Enough, Or Too Much!, Gnoia poteva ricadere nel filone death-doom, ma nessun album death-doom aveva mai suonato in modo simile, prima: canzoni dalla struttura imprevedibile, soluzioni sonore inedite, assoli di chitarra di rara ispirazione, inaspettati frangenti dall'atmosfera più malinconica, growl profondissimo... Gnoia era una scheggia impazzita, un unicum nella storia del death-doom di come non se ne sono più ripetuti. Già, perchè gli stessi Umbra Nihil hanno deciso di cambiare completamente rotta, e conservare poco e nulla dell'eclettismo ostentato nel precedente album. Il cambiamento è stato talmente radicale che il genere non è neanche più death-doom, ma doom tradizionale con influenze stoner; The Borderline Rituals ci presenta un gruppo totalmente trasformato, il cui monicker resta praticamente l'unico legame col passato. Lentezza meno ossessiva, produzione più asciutta e grezza, completo abbandono del growl in favore della voce pulita, psichedelia polverosa e atmosfere settantianne sono le caratteristiche di The Borderland Rituals. La descrizione suona familiare? In effetti, gli Umbra Nihil possono essere ora paragonati tranquillamente a band come Reverend Bizarre, Pentagram, Sleep, Cathedral, ultimi Electric Wizard. Gli intenti sono chiari fin dai primi minuti: ritmi cadenzati, chitarre rocciose, basso in primo piano, voce filtrata; quando poi, verso metà della prima canzone, l'incedere muta e parte l'assolo che ci introduce alla seconda parte, ben più veloce e rockeggiante, il quadro è completo. Gli Umbra Nihil si sono reinventati doomsters nel senso più classico del termine. L'album è composto da sole cinque tracce, ma il minutaggio complessivo ammonta a ben cinquanta minuti. Le canzoni sono dunque molto lunghe (a parte la terza), ma d'altra parte la classe non è acqua, e la maestria degli Umbra Nihil nel costruire composizioni articolate ed interessanti non è andata affatto persa: sono molti i cambi di tempo a movimentare la struttura delle canzoni (pur restando sempre nei limiti della lentezza tipica del doom), e non mancano altre sorprese qui e lì a rendere interessante il fluire dell'album, fra cui è assolutamente da menzionare l'uso (purtroppo molto limitato) della fisarmonica. Il lavoro chitarristico è estremamente curato, e riesce a sintetizzare ottimamente le influenze provenienti dalla scuola settantiana con la cupezza propria del doom; la batteria, invece, necessitava di suoni più potenti. Valutare The Borderland Rituals è difficile: preso a sè stante, come album doom tradizionale/stoner, è sicuramente valido, ed è decisamente consigliato a tutti gli appassionati del genere. Ma... dove sono finiti gli Umbra Nihil? Del vecchio stile non è rimasto praticamente nulla, e dispiace vedere tanto potenziale messo da parte in favore di un approccio già ampiamente collaudato da un'infinità di altri gruppi. Un tempo, come gli Umbra Nihil non c'era nessun altro. Adesso possono senz'altro fregiarsi di essere bravi in ciò che fanno, ma... sono semplicemente una band fra tante. Giuseppe "REINHART" Abazia Tracklist: 1 - Welcome to the Borderland (09:24) 2 - Open the Gate (09:06) 3 - Leaving the Body (03:02) 4 - Sea of Sleep (07:12) 5 - The Sign of Death (14:17) Warning Antigama 2009, Relapse/Masterpiece GrindCore Ed è quindi scoccata l'ora del 5° full-lenght per i polacchi Antigama, due anni dopo “Resonance”, a suggello di una carriera contrassegnata, anche, da una sostanziosa pubblicazione di split con i gruppi più vari della scena Grind/Death internazionale (Pig Destroyer, Coldworker, ecc...). Ormai da quasi un decennio sulla scena Metal, il gruppo è composto attualmente da Patryk “Nick” Zwolinski alla voce (Blindead, Times New Roman, Neolithic, Wolverine), Sebastian Rokicki alla chitarra (£eb Prosiaka, Herman Rarebell, Different State, Garden of Worm, Dissection), Krzysztof “Sivy” Bentkowski alla batteria (Damnable, Sparagmos, Druzgotor, £eb Prosiaka, Monev) e Szymon Czech al basso (Prophecy, Larva, Third Degree, Nyia). Lo stile del combo di Varsavia è improntato, di base, su una ferocia musicale senza compromessi di matrice puramente Grind/Death; sulla quale tuttavia si innestano componenti extra-Metal numerosi ed eterogenei. Esempio lampante di ciò è “Jealousy” (definibile come il il biglietto da visita che il quartetto mostra agli ascoltatori), ove a far da contrasto al growl di Zwolinski ed a momenti di velocità parossistica, c'è un azzeccato, melodico refrain di chitarra. L'opera che il gruppo assembla presenta, cioè, elementi di innovazione e di sperimentazione, miscelati ad aspetti invece classici come il cantato (growl ortodosso, diretto e senza fronzoli), la durata e velocità dei pezzi (le canzoni non superano i 3 minuti, in perfetto stile GrindCore) nonché il groove dei medesimi (riecheggiano evidenti richiami ai Voivod ed ai Fear Factory). Alternati a brani ove l'unico obiettivo è quello di stordire (“Disconnected”, “City”, “Not True”, “Preachers Pray”, “Empty Room”, “Orange Pills”), spuntano infatti qua e là accidenti musicali di difficile digestione (“Another”, “War”, “You Have the Right to Remain Violent”, “Lost Skull”), sprazzi di melodicità (“Jealousy”, “Heartbeat”, “Nightmare”), intermezzi di natura jazzistica (“Paganini Meets Barbapapex”) ed anche intarsi Ambient (“Sequenzia Dellamorte”, “Black Plannet”). Il paradosso che ne deriva è che, alla fine, nonostante gli elementi di rottura sopracitati, il tutto suoni relativamente come dejà-vu: un minestrone di ingredienti noti e già utilizzati, che alla fine rischia di non soddisfare il palato di nessuno. Difficile invece trovare particolari punti deboli nella padronanza tecnica degli strumenti. A tal proposito da evidenziare, come punto a favore, l'opera della chitarra, che si sobbarca un gran lavoro soprattutto in sede ritmica; come del resto quello della batteria, che si inerpica spesso e volentieri verso cime di semi-virtuosismo pur badando nel contempo a creare un possente tappeto ritmico senza buchi ne' indecisioni. Più che buone le parti di basso, ruvide, articolate e dinamiche, anche se appaiono a volte scolastiche. Un po' scontata, invece, la voce, che nulla aggiunge a quanto già ascoltato nel genere (overdose growl con rare spruzzate scream); come la produzione che, quando si alza la velocità, tende a rendere il suono piatto e sottile, specificamente in occasione dei numerosi blast-beats di Bentkowski (ma è una pecca comune, nel Death). Lo stile del gruppo è comunque ben definito ed omogeneo nel complesso, mentre il songwriting si perde spesso nei meandri della ricerca dell'artificio a tutti i costi e della già menzionata, non eccelsa, originalità. Forse, una composizione più diretta ed elementare avrebbe sfruttato appieno il poderoso potenziale tecnico posseduto dai tre strumentisti che, obiettivamente, quando procedono su terreni lineari e puliti, offrono davvero un sound massiccio e corposo. Per concludere, un album interessante e vario, ben suonato, che però rischia di stancare già dal primo ascolto per via delle canzoni dalla scrittura a tratti troppo innaturale e forzata. Troppo breve la durata complessiva, rispetto al prezzo del prodotto. Daniele D'Adamo Tracklist: 1- Disconnected 1:14 2- Jealousy 1:32 3- City 2:31 4- Another 1:26 5- Not True 1:12 6- War 2:12 7- Heartbeat 2:11 8- Preachers Pray 2:16 9- Sequenzia Dellamorte 1:31 10- You Have the Right to Remain Violent 1:37 11- Lost Skull 2:53 12- Nightmare 2:49 13- Paganini Meets Barbapapex 1:54 14- Empty Room 2:15 15- Orange Pills 1:04 16- Black Plannet 7:01 Fonte: TrueMetal
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All The Way [Ep]
Pretty Wild 2009, Swedmetal Records Hard Rock Piuttosto piacevole e spassoso questo EP d’esordio dei Pretty Wild, giovane promessa dell’hard rock scandinavo che arriva, con un carico di grandi speranze ed un po’ di buone qualità, a sollazzare le orecchie dei numerosi fruitori del genere. Il sentore degli anni ottanta losangelini è - nemmeno necessario sottolinearlo - una costante ed un’influenza percepibile sin dal primo ed immediato approccio. La copertina sa tanto di Guns n’ Roses, ma i riferimenti musicali hanno tuttavia ben altro da dichiarare, ruotando specificamente sul glam cromato e mai troppo pungente degli eroi immancabili di un tempo. I Crue sono, come da copione, una musa palese, ma allo stesso modo Britny Fox, Poison, Ratt e Tigertailz, insieme al gusto tipicamente europeo del rock scandinavo, non mancano di far sentire la propria influenza, rimarcata da ritornelli energici ma sempre ben impostati sull’easy listening e da un’asprezza dai contorni smussati che, grazie ad una produzione scintillante e davvero di primo piano, permette ai brani di apparire gradevoli e più che buoni pur nella loro manifesta mancanza d’originalità. Sei pezzi più un remix ed una versione live sono, in effetti, ancora poco per definire in modo completo ed esauriente quello che può essere l'autentico potenziale del gruppo di Malmö. Interpretando ad ogni modo, la brillante verve messa in mostra con canzoni veloci ed estive come “Take It Off”, “Let The Good Times Roll” e la hit “Dangerous”, non appare poi molto difficile apprezzare quanto i Pretty Wild hanno da offrire, simpatizzando senza troppi problemi per una proposta che invita come meglio non potrebbe, al divertimento ed alla pura gioia di vivere. A ben vedere, l’unico appunto a carico del quartetto svedese è proprio la quasi totale assenza d’idee proprie e spunti personali. Competenza e doti tecniche non mancano, senso della melodia e suoni ben studiati tanto meno. Inevitabile inoltre, non accogliere con favore l’istintivo spirito allegro e le melodie accattivanti diffuse, suppergiù, su tutti i brani presentati. In scia ai compaesani Crazy Lixx ed Heat, ecco quindi un'altra bella scoperta che arriva come un direttissimo dal freddo nord. Solito revival anni ottanta si dirà. Può essere. Quando però la proposta è di valore ed ha tutti i caratteri per piacere, perché privarsene non provando a dargli una chance? Intanto restiamo in attesa del primo full lenght ufficiale previsto per la seconda metà del 2009. Se il buon giorno si vede dal mattino… Tracklist: 01. All The Way 02. Time 03. Let The Good Times Roll 04. Shockin’ Teen 05. Dangerous 06. Take It Off 07. Let The Good Times Roll (-86 Mix) 08. Dangerous (Live in L.A.) Line Up: Ivan (Ivve) Höglund - Voce Krizzy Field - Chitarra Kim Chevélle - Basso Johnny Benson - Batteria Altitude Autumn 2009, Metal Blade Gothic A un paio d’anni di distanza dall’esordio sotto Metal Blade con “My New Time”, gli Autumn tornano con il loro nuovo album “Altitude”. La novità maggiore riguarda l’avvicendamento dietro al microfono, alla voce non troviamo più la bella e brava Nienke de Jong, ma la nuova Marjan Welman che i più informati ricorderanno come collaboratrice degli Aireon. Rimane solo da scoprire se le sue caratteristiche vocali ben si accorderanno alla proposta musicale degli Autumn. “My New Time” aveva attirato l'interesse di pubblico e critica grazie all’originale e vincente abbinamento di sonorità hard-rock settantiane e influenze gothic. “Altitude” riparte dagli stessi presupposti, ma lo fa facendo anche i conti con una vocalist molto diversa da quella di prima. Nienke aveva infatti un timbro aggressivo e immediato, che ben si sposava alle parti più genuinamente rock delle vecchie composizioni. Marjan, al contrario, ha una voce quasi eterea, molto pulita e limpida, decisamente molto più classica e vicina agli stilemi del gothic-sinfonico degli ultimi tempi. A questo bisogna aggiungere che gran parte del materiale che compone “Altitude” era già stato composto prima che Nienke fosse costretta a lasciare per problemi di salute. Con simili presupposti sembrerebbe un disco destinato a suonare male, come un coacervo di cose diverse ficcate insieme a forza. Invece così non è. Il nuovo cd degli Autumn perde parte della immediatezza e dell’aggressività del suo predecessore, ma mantiene inalterata la capacità di farsi seguire dall’ascoltatore grazie a composizioni belle e orecchiabili. Perde purtroppo anche un po’ in originalità, instradando (soprattutto per via della voce) molti brani verso un songwriting meno vario e pungente, ma dal sapore quasi di accompagnamento, come delle specie di ballad. Inoltre qui e là si trova anche qualche pezzo meno riuscito degli altri che potrebbe far pensare che sia stato scritto dopo il cambio di vocalist e che quindi sia più semplice per andare incontro alle caratteristiche della cantante. In conclusione gli Autumn sfornano un nuovo album che presenta diversi elementi di interesse, così come era accaduto per i loro precedenti lavori. Qualche aggiustamento in sede compositiva, il cambio di cantante e un paio di brani un po’ sottotono, pongono questo “Altitude” un gradino al di sotto del precedente “My New Time”. Le qualità però ci sono, speriamo che ben presto tornino a suonare come sanno fare e non rischino di diventare l’ennesima band di gothic clone. Tracklist: 01 Paradise Nox 02 Liquid Under Film Noir 03 Skydancer 04 Synchro-Minds 05 The Heart Demands 06 A Minor Dance 07 Cascade (for a Day) 08 Horizon Line 09 Sulphur Rodents 10 Answers Never Questioned 11 Altitude Alex “Engash-Krul” Calvi Fonte: TrueMetal
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Shadows Of The Night [Reissue]
Dark Heart 2009, Metal Mind Heavy Dark Heart, da Northallerton, Inghilterra. Combo autore di un solo album, Shadows Of The Night, oggetto della recensione. Anno 1984, periodo Nwobhm. Come spesso accade la label polacca Metal Mind sforna chicche interessanti, nella fattispecie il disco per la prima volta esce in Cd: 1000 copie rimasterizzate e numerate, su supporto digipak. La stranissima copertina – limitatamente ai prodotti HM -, viene riproposta tale e quale all’originale dell’epoca e il booklet non offre particolari spunti: quindi niente foto inedite e memorabilia varie ma di fatto solo l’ingrandimento del viso della signora ritratta. Curioso, ma non da urlo, il retro della cover cartonata, contenente la mini storia della band. Nati dalle ceneri dei Tokyo Rose, musicalmente i Nostri si muovono su coordinate stilistiche associabili a contemporanei del calibro di Diamond Head, Savage, Jaguar, Sparta, Chariot e Satan. La voce del singer Phil Brown in alcuni passaggi rimembra tale Vincent Fournier, aka Alice Cooper, caratterizzando con un alone di oscurità tutto quanto proposto dal combo inglese. All’interno dei nove brani proposti spiccano il potenziale singolo Don't Break The Circle – probabilmente il pezzo che ha fatto intravedere al quintetto un minimo di luci della ribalta -, No Time For Turning, Turn Of The Tide (trasognata e sepolcrale) e l’inno Give It All For Love. Successivamente a questo disco i Dark Heart si sfilacciano, subiscono sensibili cambi di line-up e nel 1987 vede la luce il misterioso singolo Straight From The Heart. Il successo è ancora lontano e lo split è inevitabile: più tardi nascono gli Holosade e il batterista Ian Thompson dà vita ai Battleaxe, ensemble che saprà ritagliarsi degli spazi sicuramente superiori al “Cuore Oscuro”. Di certo non fondamentale, Shadows Of The Night rappresenta un mattone comunque importante all’interno della New Wave metallica britannica degli anni Ottanta. I Dark Heart non sono passati attraverso la leggenda come altre “One album band” a livello dei Mythra ma hanno contribuito a movimentare la fredda Inghilterra con un HM roccioso e per certi versi affascinante, da buoni comprimari. Un minimo di gloria postuma, obiettivamente, la meritano anche Loro. Stefano “Steven Rich” Ricetti Tracklist: 1. Shadows of the Night 2. Dangerous Games 3. No Time for Turning 4. Teaser 5. Don't Break the Circle 6. Shout It Out 7. Giving It All For Love 8. Coming Home 9. Turn of the Tide Line-up: Phil Brown - Vocals Alan Clark - Lead Guitar Steve Small - Rhythm Guitar Colin Bell - Bass Guitar Ian Thompson - Drums Fonte: TrueMetal
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Mirror Of Souls
Theocracy 2008, Ulterium Records Power Dallo stato della Georgia arrivano i Theocracy, band americana votata a sonorità power decisamente europee, che si ripresentano sulle scene con questo Mirror Of Souls, secondo album e primo sotto Ulterium Records. Sin dalla prima volta che l’album è entrato nel mio stereo, la musica dei Theocracy mi ha colpito, in particolar modo per le melodie sempre fresche ed avvincenti, i chorus trascinanti, la varietà di proposta (si passa da brani classicamente power in stile nord europeo a bordate al limite del black metal) e la capacità di comporre brani di durata elevata senza per questo risultare prolissi o eternamente lunghi. Il power di questi ragazzi è, come detto precedentemente, di derivazione nord europea; ciò nonostante i nostri non disdegnano passaggi prog alternati a fraseggi di chitarra acustica spagnola, rendendo il mix finale suggestivo e ricco di elementi interessanti. La voce di Matt Smith è classicamente power, pulita e acuta, mentre la chitarra solista di Val Allen Wood, invece di ricercare l’assolo del secolo, si concentra su sostenere la ritmica e impreziosire la musica della band con riff granitici e potenti. Subito i Theocracy partono in quarta con A Tower Of Ashes, splendido brano power metal: ascoltandolo ho avuto di nuovo la sensazione di magia che provai quando ascoltai per la prima volta il power scandinavo targato Sonata Arcitca/Stratovarius, una sensazione che mi ha fatto apprezzare ancora di più la bellezza di questo brano. On Eagles’ Wings si mantiene sulle stesse coordinate, con un chorus trascinante dove Smith da prova della sua estensione; affascinante è anche la parte finale del pezzo, con la voce che improvvisamente si sposta su registri baritonali. Difficile catalogare un brano come il successivo Laying The Demon To Rest: la partenza è affidata a ritmiche black metal, con la batteria di Benson a dettare legge. La strofa e il chorus si adagiano su ritmi più riflessivi, dopo di ché la band si lancia in uno strumentale di heavy metal alternato a black metal! Nove minuti davvero emozionanti, pieni di cambi di umore e dai mille colori, una canzone che mette in luce l’elevato potenziale in termini di songwriting degli americani. Si cambia totalmente registro con Bethlehem, un lento di rara bellezza, caratterizzato da una melodia sognante introdotta da sonorità mediovali. Torna prepotente il power con Absolution Day, canonico quanto basta ma dannatamente efficace! Più cadenzato è The Writing In The Sand, con un bellissimo organo posto a inizio pezzo, mentre Martyr, che riporta le sonorità sul power, è uno dei miei brani preferiti, grazie soprattutto ai cori contro cori del chorus accompagnati dalle chitarre sempre ben quadrate e da un’eccezionale batteria, e dal passaggio di chitarra spagnola nella parte conclusiva della canzone. È inoltre doveroso sottolineare come questi ultimi 3 brani superano tutti di gran lunga i 6 minuti di durata, senza però risentirne in termini di prolissità. L’album si chiude con la lunga (22 minuti!) Mirror Of Souls, dove tutte le caratteristiche analizzate dei Theocracy trovano compimento in un unico brano difficile da descrivere. In conclusione c’è da sorridere di fronte a questo album, un lavoro che rilancia le quotazione del power, genere che, se suonato con passione, ha ancora parecchio da dire. Non ci sono innovazioni, non ci sono grandi orchestrazioni, non ci sono assoli memorabili; qui di memorabile c’è la musica dei Theocracy, dinamica, coinvolgente, genuina e con qualche pizzico di genialità! Dopo Firewind, Secret Sphere e Serenity, il 2008 nella sua conclusione ci ha lasciato anche questo altro piccolo gioiello targato Theocracy. Più che consigliato! Roberto "Van Helsing" Gallerani Tracklist: 1. A Tower Of Ashes 2. On Eagles' Wings 3. Laying The Demon To Rest 4. Bethlehem 5. Absolution Day 6. The Writing In The Sand 7. Martyr 8. Mirror Of Souls Gain Killer Klown 2009, Street Symphonies Records Hard Rock La nuova esplosione dell’hard rock, continua ad offrire buoni frutti anche a queste latitudini, proponendo con una certa costanza giovani band con ottimo potenziale e qualche interessante qualità da esibire. Eccoci questa volta a parlare dei veronesi Killer Klown, band che con l’esordio ”Gain” si mostra concentrata su di uno sleaze street rock ruvido e selvaggio obiettivamente ben studiato e costruito. Il classico disco per intenderci, che ci si aspetterebbe piombare alla nostra attenzione dalle terre nordiche, fucina inesauribile d’eccellenti novità nel campo che un tempo era zona di conquista soprattutto di musicisti a stelle e strisce. L’aria moderna ed un taglio contemporaneo per nulla dissimulato dalla notevole produzione ad opera degli stessi Killer Klown, non nascondono tuttavia un grande amore per quelli che sono stati i prime mover del genere, spaziando dagli immancabili ed imprescindibili Motley agli altrettanto seminali L.A. Guns, senza però dimenticare tutto quello che di nuovo ed “alcolico” è stato lanciato nel mondo del rock duro da vent’anni a questa parte. Compresi i Black Label Society dell’immane Zakk Wylde, certo non evidentissimi ma comunque percepibili nello “spessore” di alcuni riff di chitarra. Il disco è sinceramente una sorpresa. Poche frivolezze, una sostanza asciutta e spedita (rilevabile anche dal minutaggio piuttosto compresso) e brani scalcianti, diretti e piacevolmente cattivi. Davvero sopra le righe il singer Gabriele Gozzi (già incontrato poco tempo fa con i Second Sight) ed il chitarrista Andrea “Diablo” Martongelli (Arthemis, Power Quest) cui è, in effetti, complicato muovere appunti di qualsivoglia natura in virtù di una prova di notevole consistenza. Piace ad ogni modo più di tutto, la compattezza conferita ai brani e la carica incendiaria che il gruppo tenta in tutti i modi di alimentare, saltellando su di una tracklist priva di attimi di requie e giocata in modo esclusivo sulla furia del rock stradaiolo ed esuberante. Il trio d’apertura spiega con significativa chiarezza quanto appena riportato. L’attacco selvaggio ed al calor bianco di “Monster Idiot”, la pesantezza Wyldiana di “Bloody Velvet” e l’esaltante street n’roll di “Tropical Disease” (!) non lasciano spazio a commenti sfavorevoli, predisponendo al meglio per l’ascolto di un album che risulta gradevole e fresco in tutta la sua durata e riserva ulteriori punti di merito. Il blues assassino inciso su “Broken Silence” ad esempio (che dapprincipio, sembra un po’ scimmiottare un tale di nome Bon Jovi), la secchissima e tirata “Too Bad”, i toni un po’ alla Ozzy percepibili nella oscura “Gangster” e la sarabanda finale di “Demolition Man”, chiariscono il concetto con dovizia di particolari, lasciando un bel sorriso stampato sul volto del fortunato ascoltatore. Viaggiano spediti come un treno, hanno le idee chiare e soprattutto, le capacità per dire la loro ad ogni livello. Se qualcuno si fosse mai lamentato della mancanza in Italia di gruppi realmente di prim’ordine anche in questo settore è prontamente servito. Prelevare un cd dei Killer Klown e passare alla cassa prego… Tracklist: 01. Monster Idiot 02. Bloody Velvet 03. Troical Desease 04. Big Town 05. Broken Silence 06. Too Bad 07. Joker 08. Smoke This 09. Acid Rain 10. Gangster 11. Demolition Man Line Up: Gabriele Gozzi – Voce Andrea “Diablo” Martongelli – Chitarra Nicoch – Basso Andy K- Batteria Rising Great White 2009, Frontiers records Hard Rock È una storia che parte da lontano. Una storia fatta di gloria e trionfi, cadute e rinascite, separazioni e reunion che, come tutte le avventure di grande successo, non si è mai negata nemmeno episodi drammatici e tragedie dolorosissime. Quello dei Great White è un romanzo ricco d’amore per la musica e vita vissuta che tuttavia, nonostante i quasi trent’anni di narrazione ed i tanti scherzi del destino, non ha ancora la minima voglia di chiudersi, ponendo la parola fine su di una vicenda artistica ormai contraddistinta dai contorni del mito. Non atteso, quasi insperato a così breve distanza dalla precedente prova da studio arriva, infatti, “Rising”, conti alla mano, dodicesimo tassello di una carriera iniziata nel 1984 con il seminale omonimo album. Ed è, per restare in tema di sorprese ed eventi difficilmente ipotizzabili, un disco dalla qualità cristallina, capace non solo di superare il buon “Back To The Rhythm”, ma di accostarsi addirittura in alcuni frangenti alle grandiose composizioni che animavano il songbook estroso e magico dell’epoca più prolifica e fruttuosa. È sempre la peculiare miscela di rock e blues ad orchestrare le trame intessute dalla band californiana. Un marchio di fabbrica inconfondibile ed esibito con orgoglio, manifesto di una continuità e coerenza assolute con ben pochi pari nella storia della musica. Come riferito dagli stessi Jack Russell e Michael Lardie, alfieri inossidabili dello Squalo Bianco, non c’è in fondo alcun motivo di fare diversamente. Non c’è posto per alcuna rincorsa ai modernismi o inutili mutamenti. La radice deve sempre rimanere fedele a se stessa, perpetuandosi in quello spirito che è trademark da tanti anni. Pensiero su cui è facile concordare senza incertezze, ancor di più poi, alla luce di risultati confortanti e di valore massimo come quelli messi in mostra. Cadenze ciondolanti, groove, emozioni ed un pugno di brani che scorrono come non mai mostrando il lato migliore e più ispirato del gruppo statunitense, quello cioè, capace di grandi suggestioni e comunicatività. “Situation” e “All Or Nothing”, sono tracce ad esempio, che ricolgono in pieno atmosfere che tanto sanno di classico, riproponendo uno stile unico ed essenziale in cui il rock troneggia fiero, assecondato da sfumature blues cariche di enfasi. Sembra occhieggiare alle glorie del passato anche la produzione, studiata per dare spazio alla caratteristica voce di Russell ed ai riff di chitarra, al solito, punti di forza dell’intera struttura compositiva. Ottimo nella sua interezza, il disco annovera tra i momenti di livello ancora superiore, episodi come la stupenda “I Don’t Mind”, canzone in grado di rapire sull’onda di uno charme unico e le country-blues “It’s Enough” e “My Sanctuary”, un tuffo al cuore per gli amanti delle sonorità “rurali”, tanto americane ed espressive, da riuscire nell’intento di suscitare immagini a base di panorami sconfinati e da grande frontiera. Il feeling carico di passione non cessa poi di fluire, esaltato dalle armonie vocali delle ammalianti “Last Chance” e “Only You Can Do”, definitiva conferma di uno stato di grazia e di forma che ritorna a livelli eccelsi, avvolgendo in un abbraccio di note calde dall’immane forza emotiva. Lo Squalo Bianco infine, non sfigura nemmeno al cospetto dei leggendari e “proverbiali” Stones. La conclusiva cover di “Let’s Spend The Night Together”, conferisce un ultimo, eccellente, tocco di vitalità, suggellando un disco emozionante e straordinariamente carico di sentimento. “Rising” insomma, è un titolo davvero esplicito e significativo che, per una volta, pare autentica e credibile testimonianza di ritrovata ispirazione. La rinascita artistica e personale di un gruppo di musicisti che dimostra come, credendo in se stessi e non mollando mai, sia sempre possibile riprendersi dagli scherzi del destino e dai tiri mancini che la vita sistema sul percorso. Un disco palpitante che ci riporta i Great White ai massimi livelli consentiti, ponendosi sin da ora, come uno dei più autorevoli candidati alla palma di album hard rock dell’anno. Tracklist: 01. Situation 02. All Or Nothin' 03. I Don't Mind 04. Shine 05. Loveless 06. Is It Enough 07. Last Chance 08. Danger Zone 09. Down On The Level 10. Only You Can Do 11. My Sanctuary 12. Let's Spend The Night Together Line Up: Jack Russell – Voce Mark Kendall – Chitarra Michael Lardie – Chitarra / Tastiere / Armonica / Percussioni / Back. Vocals Audie Desbrow – Batteria Scott Snyder - Basso Fonte: TrueMetal
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