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Travelling In Travel
Dysfunctional By Choice 2008, Drakkar Records/Audioglobe Hard Rock Provengono dalla Francia i Dysfunctional by Choice, quintetto formatosi nel 1996 nei dintorni di Parigi. Iniziano a farsi notare nel circuito underground locale in seguito alla pubblicazione nel 1998 del primo omonimo minicd autoprodotto, e solamente dopo l'uscita dei tre demo intitolati Beta, Gamma e Delta (che insieme costituiscono una trilogia) riescono ad ottenere la visibilità necessaria per poter fare il grande salto. Nel 2008 il combo francese da finalmente alla luce l'album di esordio dal titolo Travelling in Travel. Varietà: questa è la parola chiave per descrivere i Dysfunctional by Choice. Presentati dalla casa discografica come una via di mezzo tra Tool e Faith no More (più simili ai secondi che ai primi, quanto meno per l'eterogeneità dei generi proposti all'interno del disco), il sound del quintetto transalpino verte su una miscela di sonorità diverse che vanno dal rock all'alternative e al punk, passando per influenze heavy, elettroniche e grunge. Ottima la prestazione del cantante Julien Chaillou, capace di passare senza problemi da parti più tirate in screaming a registri più pacati e melodici. Degna di nota la sezione ritmica costituita da Fabien Carouge (basso) e Francis Caste (batteria) che colpisce per la varietà e per l'efficacia delle soluzioni proposte. Buono anche il lavoro dei due chitarristi Vincent Bertellin e Julien Hekking che propongono per tutta la durata dell'album un riffing vario e preciso. Dodici sono le tracce che compongono questo Travelling in Travel per una durata totale che non supera i 37 minuti. Complessivamente buona la qualità di tutti i pezzi proposti: le composizioni scorrono tranquillamente senza cali vistosi ma, al tempo stesso, sono prive del giusto mordente e della giusta intensità per riuscire a fare presa sull'ascoltatore, nonostante soluzioni tecniche e stilistiche molto versatili e fantasiose. Tra i pezzi meglio riusciti possiamo sicuramente citare la lenta e malinconica strumentale Sleep & Learn, il folle crossover di Pimple e la monolitica Feedback Disease. Notevoli anche l'iniziale Alert e la conclusiva ipnotica Underworld. In definitiva si può dire che questo Travelling in Travel sia un discreto esordio, piacevole e ben suonato. La grandissima varietà di generi proposti nel disco se da un lato può attirare un numero maggiore di ascoltatori, dall'altro rende il tutto molto ostico da metabolizzare e in ciò si può dire che il quintetto transalpino abbia fatto il passo più lungo della gamba. Uno dei difetti maggiori delle composizioni risiede nella mancanza di incisività e di melodie di grande effetto che possano colpire l'ascoltatore: le canzoni così rischiano di scivolare via impoverite e abbastanza dispersive. Le idee certo non mancano, anzi, forse ce ne sono anche troppe e già discretamente sviluppate. Per il futuro si tratterà solamente di colmare queste lacune e affinare il proprio stile, e siamo sicuri che questi Dysfunctional by Choice ci potranno stupire con la prossima uscita. Lorenzo "KaiHansen85" Bacega Tracklist: 01. Fog 02. Alert 03. Travelling in Travel (Out of Trap) 04. Optimum 05. Sleep & Learn 06. Feedback Disease 07. Iced Bed 08. Non reached Lights 09. Pimple 10. Cut 11. Gotham 12. Underworld Lineup: Julien Chaillou - Vocals Vincent Bertellin - Guitars Julien Hekking - Guitars Fabien Carouge – Bass Francis Caste – Drums Vermin Soul Bokor 2008, Scarlet/Audioglobe Avantgarde Quante strade hanno aperto i Mastodon? Il quartetto di Atlanta ha creato una vera e propria visione del metal, plasmata usando colori ben conosciuti su una tavolozza del tutto nuova, e hanno creato un flusso di ispirazione, di idee ancora da sviluppare che i più creativi tra i gruppi mondiali hanno poi saputo sfruttare. Tra questi, come abbiamo avuto occasione di vedere già un paio di anni fa, ci sono i Bokor, in realtà gruppo di musicisti ben esperti anche se misconosciuti, che avevano saputo stupire con un Anomia1 davvero fresco, potente, efficace. Ci hanno messo il tempo giusto e sono tornati oggi con un album un pelo difficile, rispetto all'esordio: non si allontana di troppo dalla via tracciata, anzi, ma si mostra decisamente oscuro, a volte violento e involuto, ma sempre di altissima qualità. Con inni come Oh Glory In The Void e il loro incipit opethiano, gli svedesi dimostrano di saper mischiare le carte, sì, ma di saperlo fare con una maestria rara; e il lento crescendo del pezzo, con basso e chitarra che arpeggiano una spirale ascendente pronta a culminare nel potentissimo chorus, è quanto di più bello, oggettivamente, sentito per il genere negli ultimi anni. Che atmosfere dipingono i Bokor? Malinconici e a volte incazzati, con un growl che ogni tanto fa capolino, sembrano avere da raccontare storie di desolazione, di disperazione, di sentimenti e di vuoto interiore; ma lo fanno con una vitalità che al gothic metal manca completamente. Vermin Soul pare voler essere la complessa, strutturata narrazione di un viandante dei giorni nostri davanti alla vita, con lontane visioni orientali, struggenti aperture melodiche di stampo gotico (la quasi title-track Varmint Soul, ad esempio), un muro ritmico incalzante, pulsante, vivo; e una voce vibrante, settantiana ma profonda, scevra da banali citazioni ai mostri sacri. Un brano come l'imponente Iesu From Mattoroso ci accoglie come bambini davanti al fuoco, a narrarci leggende lontane e sentimenti nostrani, e cresce, cresce di ascolto in ascolto, fino a non lasciarvi più. Quindici minuti di poesia, sicuramente meno immediati del più diretto disco di debutto, ma non meno belli: musica per palati fini, a costo di suonare prolissa in certi passaggi. Arma a doppio taglio, quella della complessità strutturale; i Bokor sanno aggirare gli ostacoli più insidiosi, anche se a volte si perdono un attimo tra i labirintici passaggi da loro stessi creati, e in questo si può forse individuare l'unico lato debole di Vermin Soul. Un album che, per il resto, mantiene le promesse e mostra quanto la strada di cui si parlava in principio di recensione sia ancora ben aperta, le sue ramificazioni feconde, e i suoi viandanti la percorrano con attenzione e profitto. Parafrasando il caro, vecchio Trey Azagthoth: intelligent music for intelligent people. Alberto 'Hellbound' Fittarelli Tracklist: 1. Viral Prophesies 06:04 2. Oh Glory In The Void 06:32 3. Varmint Soul 05:07 4. Iesu From Mattoroso 15:09 5. Mosquito Dreams 06:27 6. Seven Teeth Playfair (Out Of The Pit Of Oblivion) 08:25 7. Watching The Western Desert Freeze 05:08 8. … And In September, Father 04:06 Fonte: TrueMetal
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Soul Collector
Vengeance 2009, Metal Heaven Hard Rock Band di notevole esperienza e valore, i Vengeance forniscono continuità alla reunion sancita dal precedente “Back In The Ring” (2006), rilasciando un nuovo album perfettamente inquadrato nello stile da sempre di casa presso il gruppo olandese. Nessuno stravolgimento stilistico per quello che, a conti fatti, risulta essere il capitolo numero otto di una carriera lunga ed importante, seppure meno ricca - in termini quantitativi - rispetto alla produzione di tanti altri colleghi contemporanei. Venticinque anni di militanza pongono, infatti, sulla bilancia notevoli dosi di carisma e buon senso, sufficienti per garantire la consapevolezza dei propri mezzi e la certezza che, esprimendo come sempre l’attitudine apprezzata per molto tempo, ben difficilmente si potrà incappare in qualche passo falso o in inopinate battute d’arresto. Hard rock massiccio, cadenzato ed adrenalinico, ritornelli da stadio, chitarre furibonde e robuste iniezioni di rock n’roll, sono dunque il vessillo ancora una volta sventolato orgogliosamente dal quintetto fiammingo, esaltato da una produzione d’alto lignaggio, merito dell'esperto Michael Voss, che garantisce potenza e corpo ai suoni e n’evidenzia le caratteristiche d’impatto ed aggressività. Non certo fini “dicitori”, o abili artisti del fioretto, i Vengeance, spiattellano senza ritegno il loro rock ortodosso, spontaneo ed a tratti sguaiato, lasciando intravedere una freschezza ancora invidiabile e la consueta bravura compositiva, parca di sorprese, ma ben “carrozzata” quanto a mera sostanza. Sempre in primo piano, la voce roca e al vetriolo del singer Leon Goewie offre lo slancio necessario per la riuscita di brani semplici e scattanti come “Wait Until The Sun Goes Down”, “Soul Collector”, “Dance” e “Rock n’ Roll Band”, esuberanti estratti di hard rock d’altri tempi fatto di grinta, sudore e passione, forse un pizzico ripetitivo in certi frangenti, ma sempre assai godibile e pronto per un ascolto a volume elevato. Gradevoli inoltre la scherzosa ed attualissima “Myspace Freak”, dedicata ad un mezzo di comunicazione cui il quintetto sembra parecchio legato e la lenta e magniloquente “What The Hell”, tracce che fortificano l’impressione positiva suscitata da un disco al solito interessante, buono per confermare in pieno ogni singolo aspetto da sempre tipico dei Vengeance. Detto di un guitar working da parte dei veterani Jan e Timo Somers, del tutto apprezzabile, non è una brutta idea, per concludere, quella di rifarsi direttamente a quanto sottolineato in occasione del precedente “Back In The Ring”. E’ effettivamente sempre gradevole imbattersi di tanto in tanto in prodotti di questa natura, basati su di un hard rock senza fronzoli e fedelissimo a se stesso, privo di qualsiasi pretenziosità e proprio per questo così divertente e simpatico, si diceva. Lo confermano senza incertezze Goewie e compagni, regalandoci un disco che, in scia ai classici Krokus, Ac/Dc e UDO degli anni ottanta, sollazza senza alcuna difficoltà le orecchie dei rockers incalliti, lasciando da parte ogni idea originale a vantaggio della schiettezza più verace e sincera. Operazione riuscita ancora una volta e slogan immancabile come da tradizione: “PLAY IT LOUD - ascoltare a tutto volume!” Tracklist: 01. Cross In The Rain 02. Wait Until The Sun Goes Down 03. Soul Collector 04. Samurai 05. What The Hell 06. Myspace Freak 07. I Never Felt That Way Before 08. Dance 09. Rock And Roll Band 10. So Many Times 11. Lean On Me Line Up: Leon Goewie - Voce Barend Courbois - Basso Jan Somers – Chitarre Timo Somers - Chitarre Erik Stout – Batteria Fonte: TrueMetal
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XIV Agglutination Metal Festival [DVD]
AA. VV. 2008, Assoc. Culturale Agglutination Heavy Gerardo Cafaro ha creato un piccolo universo, nel cuore del Sud Italia. Un universo che si accende e comincia a girare vorticosamente una volta all'anno, e che ad ogni rivoluzione accresce la sua potenza e la sua grandezza. E' l'Agglutination Metal Festival, manifestazione estiva che ha offerto il proprio palco, nel corso delle sue quattordici edizioni, a band del calibro degli Overkill, i Virgin Steele, i Destruction, gli Iron Savior, i Freedom Call, per culminare con la ciliegina dei Gamma Ray della edizione numero tredici. Quest'anno è toccato agli svedesi Dark Tranquillity attirare a Sant'Arcangelo, provincia di Potenza, i metalheads del meridione d'Italia, insieme ai tricolori Vision Divine di Olaf Thorsen, i Savior from Anger, i DGM, i Domine, i Nefertum, i Denied e i Dismember. Location dell'evento lo stadio comunale, addobbato come sempre da numerosi stand di merchandise e di prodotti tipici del luogo. Come tradizione degli ultimi anni, è un DVD ad imprimere su supporto ottico le esibizioni delle band. Le riprese sono variegate e con una discreta qualità, anche se il "tocco" artigianale è facilmente riconoscibile; niente a che vedere, comunque, con certi prodotti d'oltralpe che vengono spacciati come DVD d'alta qualità ma che non sono altro che Cam-mix di due o tre telecamere. Le esibizione meglio curate sono quelle (di un quarto d'ora ciascuna) dei Dark Tranquillity e dei Dismember. Il sound è discernibile e non impastato, anche se un lavoro di post-produzione avrebbe dato una maggiore potenza ai suoni delle chitarre. La tracklist comprende un brano per tutte le band, tranne per gli headliner Dark Tranquillity e i Dismember. Le esibizioni sono convincenti, col pubblico presente e partecipante. Il prodotto ha un valore che va oltre il semplice piacere che si può provare a metterlo nel lettore e godersi le band che si alternano sul palco: è uno dei mezzi di sostentamento di quell'universo che citavo in apertura. In periodo di crisi, mentre altri festival più blasonati chiudono i cancelli e rimandano ad anni migliori, la forza di volontà del piccolo fisicamente, ma un gigante nella sua moralità e passione Gerardo Cafaro continua a sfamare l'avido popolo metallaro del sud Italia con una manifestazione la cui, non sia mai, perdita sarebbe un vero e proprio attentato al nostro vessillo metal. Supportiamo, perciò, in tutti i modi possibili l'Agglutination Metal Festival, con la nostra presenza, la nostra partecipazione, e ovviamente anche con le nostre tasche. Il dischetto costa solo 15 euro, e si può acquistare collegandosi al sito www.agglutination.it. Il DVD è un acquisto obbligato per chi fu presente quel caldo 9 Agosto 2008; una imperitura memoria di un giorno fantastico per il metal in Italia. Tracklist Nefertum - (The shield in the sky) Denied - (Beneath the ashes) Savior from anger - (Double shot) DGM - (Someday one day) Metal Gang - (Black Night) Domine - (The messenger) Dismember - (Ides of March / Death conquers all / Pieces / Stillborn ways / And so is life) Vision Divine - (Alpha & Omega) Dark Tranquillity - (Terminus / The lesser faith / The treason wall / The wanders at your feet) Above And Beyond Bad Habit 2009, AOR Heaven AOR I paesi del nord d’Europa sembrano aver ormai conquistato un certo monopolio per quanto riguarda il panorama melodico nella sua interezza. Dall’AOR al Power, in questi ultimi anni si sono affacciate sulla scena nuove ed interessanti realtà, fresche di idee e di piacevoli intuizioni, ma non per questo distanti dalle loro radici più profonde o con l’intenzione di rinnegare la tradizione. Qualche nome? Last Autumn’s Dream e Brother Firetribe su tutti, grandiosi portabandiera del rock melodico, per non parlare dei Leverage, una delle poche band in grado di interpretare quel tipo di metal melodico e potente allo stesso tempo senza cadere nella banalità. Ci sono poi casi particolari, come quello che vede protagonisti gli svedesi Bad Habit. Compatrioti degli oramai più acclamati Last Autumn’s Dream, anch’essi vengono spesso annoverati fra le nuove leve del panorama AOR, dimenticando, in qualche fatale attimo di distrazione, che gli scandinavi sono attivi addirittura dal lontano 1986. Questi “vecchi ragazzi” si presentano così in quest’inizio 2009 con la loro nuova pubblicazione: “Above And Beyond”, a quattro anni di distanza da “Hear-Say”, uscito nel 2005. Già la splendida copertina basterebbe a riassumere il succo del lavoro, spensierato ed effervescente, con quel pizzico di malinconia che non guasta mai, caratteristiche basilari per una buona creazione melodica. Nonostante la sua lunghezza - a marcare presenza ci sono addirittura 13 brani - “Above And Beyond” non permette, infatti, la manifestazione nemmeno di un singolo sbadiglio, riscaldando l’atmosfera con quel mix riuscito di chitarre piuttosto ispirate e tastiere in grado di dipingere sfumature colorate e avvolgenti. Sono episodi come “I Don’t Want You”, “Just A Heartbeat Away” e la perla “Don’t Want To Say Goodbye”, senza dubbio l’apice del disco, ad assicurare un sicuro gradimento dell’ascoltatore. Le sonorità messe in campo dai cinque svedesi sembrano sposarsi a meraviglia con la stagione primaverile ormai prossima, proponendo la leggerezza di pezzi come “Let Me Be The One”, molto soft, vagamente affine ai Journey del piccolo gioiello “Arrival”, la cadenzata “Surrender” e la più appassionante “Calling Your Name”. Si rivelano riuscite le altrettanto suadenti ed emozionanti “A Lot To Learn”, davvero ottima nel suo incedere, malinconico quanto basta, “I Believe” e la sorprendente title-track “Above And Beyond”, sicuramente un’altra vetta raggiunta dal disco. Il quintetto evidenzia un certo affiatamento, ponendo in primo piano il chitarrista Sven Cirnski e il tastierista Hal Marabel, impegnato anche alla seconda chitarra. Molto convincente la prova vocale di Bax Feeling, dall’ugola calda e passionale, più che mai adatta per il sound ultra-melodico che ci viene proposto. Feeling dietro al microfono ci sa fare eccome: a dimostrazione di tale teoria, per nulla azzardata, sono le trascinanti “My Confession” e “Let Me Tell You”, molto simili nelle caratteristiche alle ultime proposte dei Last Autumn’s Dream di Mikael Erlandsson, al cospetto delle quali non sfigurano poi di certo le conclusive “Never Gonna Give You Up” e “I Need Someone”. A conti fatti, “Above And Beyond” è dunque un altro esempio lampante di come quest’inizio 2009 si stia rivelando molto più che soddisfacente. Dopo le buone prove di Places Of Power, Place Vendome e Last Autumn’s Dream, infatti, ci pensano i Bad Habit a proseguire la striscia di risultati positivi, presentando al pubblico un lavoro di sicuro affidamento, che si fa gradire per la sua spensieratezza e per la bellezza ed efficacia dei ritornelli. Indubbiamente un’uscita da ascoltare ed apprezzare. Tracklist: 01. I Don’t Want You 02. Just A Heartbeat Away 03. Don’t Want To Say Goodbye 04. Let Me Be The One 05. A Lot To Learn 06. I Believe 07. Above And Beyond 08. My Confession 09. Let Me Tell You 10. Surrender 11. Calling Your Name 12. Never Gonna Give Up To You 13. I Need Someone Line Up: Bax Fehling - Voce Sven Cirnski - Chitarra Hal Marabel - Tastiere / Chitarra Patrik Södergren - Basso Jaime Salazar - Batteria Equilibrium Balance 2009, Frontiers Records AOR Altra reunion di una vecchia gloria degli 80's che, dopo aver riscosso un certo successo nell'epoca d'oro del genere grazie sopratutto alla pubblicazione di due ottimi album datati 1981 (disco omonimo) e 1982 (In For The Count), riprova a mettersi in gioco a decine di anni di distanza dall'ultimo full-length pubblicato. Sono i Balance, band considerata una vera e propria icona all'interno del panorama AOR, che ritorna sulle scene ai giorni nostri, aiutata dal supporto della Frontiers Records, con il terzo lavoro ufficiale della carriera, Equilibrium. Passano gli anni quindi, ma la proposta musicale rimane sempre la stessa e fedelissima al passato. Stessa cosa si può dire anche per quello che è lo stato di forma attuale della band e, quindi, per quanto riguarda il fattore songwriting? Purtroppo da questo punto di vista i Balance dimostrano di essere un po' troppo arrugginiti e con poche capacità di riuscire a mettere in atto una serie di idee che si possano considerare come concrete a tutti gli effetti. Nulla da ridire sul piano tecnico, la prova esecutiva è piuttosto brillante, nonostante una produzione forzatamente "retrò" che toglie una buona dose di incisività ai brani durante l'ascolto, ma resta il fatto che, all'interno del disco, le tracce da considerarsi degne del monicker che le hanno composte sono veramente ben poche. Insomma, nulla al di fuori della normalità nella maggior parte dei casi, pochi episodi capaci di attirare realmente l'attenzione dell'ascoltatore e, sopratutto, una stragrande maggioranza di pezzi in tracklist che faticheremo a voler risentire già dopo qualche ascolto. Si inizia con Twist Of Faith, singolo apripista e forse il brano più riuscito dell'intero lavoro insieme alla successiva Breathe; entrambe le tracce risultano essere fresche, dirette e dotate di riffing e melodie vincenti e trascinanti che si stampano sin da subito in mente. In primo piano troviamo sempre le tastiere magniloquenti di Doug Katsaros, le quali dirigono l'andamento dei restanti strumenti con la solita classe ed esperienza. Resta poco da dire, purtroppo, a riguardo della restante sezione di tracklist, composta da una serie di brani che, nella maggior parte dei casi, risultano essere fin troppo scialbi e privi di mordente. Molte sono le buone occasioni insomma, ma sfruttate piuttosto malamente; eccezion fatta per la splendida ed emozionante Winner Takes All e per la chiusura affidata alla più dirompente Where The Rainbow Ends, brani che non fanno gridare al miracolo, ma che comunque risultano essere nettamente più riusciti rispetto a tutti gli altri. Insomma, alla fine dei conti sembrerebbe essere un po' troppo forzato questo ritorno sulle scene dei Balance. La band dimostra di non essere poi così in forma come vorrebbe far credere e di non avere le idee ben chiare per quanto riguarda la composizione dei brani. In sostanza, Equilibrium è un lavoro pieno zeppo di occasioni poco sfruttate, che risulta essere un semplice compitino svolto con la classe e l'esperienza dei veterani, ma che lascerà con l'amaro in bocca chi da questa reunion si sarebbe aspettato grandi cose. Angelo 'KK' D'Acunto Tracklist: 01 Twist Of Faith 02 Breathe 03 Old Friends 04 What Have U Done 05 Winner Takes All 06 Crazy Little Suzie 07 Liar 08 Walk Away 09 Who You Gonna Love 10 Forever 11 Where The Rainbow Ends Line Up: Peppy Castro: vocals Bob Kulick: guitars Doug Katsaros: keyboards and backing vocals Bret Chassen: drums Fonte: TrueMetal
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Anthems of Hate
Crehated 2008, SG Records Thrash Tra le formazioni emergenti del vivaio italiano spicca Crehated, quartetto del maceratese che bagna l’esordio con una personalità non comune. Anthems of Hate è un debutto significativo, in cui l’estro dei musicisti si accompagna a un songwriting ispirato e aperto a numerose influenze. Un put pourri di stili, da fucilate di thrash moderno a reminescenze prog, che non abbraccia la logica del copia-incolla: simili a molti, uguali a nessuno - come recita la biografia. Della traccia d’apertura, You = Zero, colpisce la precisione chirurgica con cui abbina l’urto delle percussioni a un rifferama incisivo; la morsa delle chitarre non s’allenta che in occasione dell’assolo, una sterzata melodica tanto improvvisa quanto efficace. S.O.V.I.ET. amplia il raggio d’azione, incorporando soluzioni più moderne (bridge e ritornello) nell’ossatura di un pezzo granitico, dominato dal fragore della doppia cassa. La cura per gli arrangiamenti si riflette in partiture mai banali, tra bordate groovy (Tear You Down) ed episodi più “tradizionali” nel costrutto, come l’avvincente The Holy Inquisition. La band vanta un bagaglio tecnico di prim’ordine, ma antepone il gioco di squadra allo sfoggio individuale. Il perno della formazione è senza dubbio Manuele “Skinreaper” Tiberi, batterista potente e duttile: brani quali Howl of the Demons o l’incalzante God’s Executioner ne esaltano le doti di metronomo. Daniele “Alien” Ciabocco e l’omonimo “D.MAD” Antonini formano un tandem agguerrito, temibile nel riffing (cfr: le folate chitarristiche di The Holy Inquisition) e generoso nelle parentesi soliste. Alex “Nitrox” Nardi (voce, basso e synth) completa uno schieramento che fa della compattezza l’arma vincente: Reborn in Chaos, punta di diamante del repertorio, è un modello di organizzazione e solidità; da registrare la partecipazione di Paolo Ojetti, voce dei conterranei Infernal Poetry. L’album difetta di refrain immediati (Violent Circus, mid-tempo à la Roots, inciampa in un chorus anonimo), ma la qualità della materia prima è fuori discussione. Anthems of Hate è un debutto incoraggiante, che non risparmia sulla produzione (c’è la mano di Mauro “Ulag” Mancinelli, titolare del DPF Studio) e si correda di una brillante veste grafica. Uno spot per il metallo tricolore, fucina di grandi talenti che agiscono nell’ombra. Buona la prima. Federico Mahmoud Tracklist: 1 You = Zero 2 S.O.V.I.ET. 3 Tear You Down 4 Violent Circus 5 The Fall of Tiamat 6 Howl of the Demons 7 Reborn In Chaos 8 The Holy Inquisition 9 God’s Executioner The Roundhouse Tapes [DVD] Opeth 2008, Peaceville Death L'attesa versione in formato DVD di "The Roundhouse Tapes", live album uscito a Novembre 2007, è da qualche tempo arrivata sugli scaffali. L'esibizione si è tenuta nello storico locale londinese Camden Roadhouse il 9 novembre 2006, in occasione del lungo tour che la band svedese ha tenuto a supporto dell'ormai penultimo studio album "Ghost Reveries". Il concerto è stato filmato, editato e prodotto da Pual M. Green della Dash Productions in collaborazione con Tom Grimshaw, Andy Farrow e lo stesso frontman del gruppo, Mikael Åkerfeldt. Per coloro che hanno ascoltato il disco, il DVD non presenta sostanzialmente nulla di nuovo, se non l'emozione di poter ora vivere il concerto nel suo reale svolgimento attraverso la presenza del pubblico, il movimento delle luci, la dinamica delle riprese e magari osservare nel dettaglio la performance tecnica dei cinque. Per tutti gli altri il DVD rappresenta la possibilità di saggiare, con leggero ritardo sull'uscita del CD, il valore di una band che alcuni - quando si tratta di esibizioni dal vivo - tendono ancora a sottovalutare. A livello di suoni, riprese e contenuti bonus, il prodotto è confezionato con grande cura. Le immagini sono nitide, prive di riflesso ed enfatizzano un parco luci brillante e ben bilanciato. La regia segue i movimenti della band con grande puntualità, mentre i suoni sono valorizzati da un lavoro fonico eccellente. A beneficiarne sono sia i pezzi più tirati e d'impatto, sia quelli in cui la componente emotiva deve necessariamente emergere e penetrare nel cuore dell'ascoltatore. Si faccia particolare attenzione all'ascolto di Brani come l'evocativa 'Under the Weeping Moon', la romantica 'Face of Melinda' piuttosto che l'acustica 'Windowpane', che rappresentano appieno la poeticità di una musica tanto complessa quanto emozionante. Il growl di Mikael Åkerfeldt è come al solito aggressivo e profondo, sempre arricchito da capacità interpretative fuori dal comune, decisive in pezzi quali When o Blackwater Park. Il singer non concede una sbavatura nemmeno nell'esecuzione delle parti pulite, dimostrando anche in questo caso doti al di sopra della media. La band appare inoltre abile nello nel gestire l'elevata durata delle composizioni, grazie al magnetismo ipnotico di un'esecuzione magistrale e ricca di Non stupitevi se non riuscirete a staccare occhi e orecchie dallo schermo, anche durante i brani più lunghi. La varietà di una setlist ricca di brani eterogenei - sia per quanto riguarda le sensazioni trasmesse, sia relativamente al full-length di origine - così come i soliti e simpatici siparietti di Mikael Åkerfeldt, contribuisce a rendere l'ascolto fluido e scorrevole. In particolare colpisce positivamente la proposta di brani estratti dai primi due dischi, "Orchid" (1995) e "Morningrise"(1996), troppo spesso lasciati nell'ombra dai dischi più recenti e venduti, nonostante un songwriting d'avanguardia per il suo tempo, e per questo inizialmente compreso da pochi (in quanti se li filavano nel 1996?), ancora adesso capace di risplendere in tutta la sua oscura magnificenza. Lo show vanta anche l'apparizione on-stage di Peter Lindgren, vero maestro delle sei corde che nel 2007, dopo sedici anni di permanenza, lasciò il posto a Fredrik Åkesson, ma che sempre verrà ricordato come uno dei maggiori interpreti dei capolavori di questa straordinaria band scandinava. Dietro le pelli opera invece Martin Axenrot, che al tempo del concerto in questione aveva già preso il posto di Martin Lopez, storico batterista che ha accompagnato il combo svedese dal terzo studio album "My Arms, Your Hearse" fino al 2006, quando decise definitivamente di concentrarsi su altri progetti musicali. Questa nuova release rappresenta di fatto una testimonianza del valore degli Opeth sul palco che difficilmente lascerà delusi. 'The Roundhouse Tapes' è a tutti gli effetti un DVD essenziale in ogni suo aspetto, dalla qualità audio/visiva alla prestazionale della band - ennesima conferma del valore di una delle più rilevanti realtà musicali che la storia della musica rock moderna abbia mai partorito. Nicola Furlan Setlist: 1. When 2. Ghost of Perdition 3. Under the Weeping Moon 4. Bleak 5. Face of Melinda 6. The Night and the Silent Water 7. Windowpane 8. Blackwater Park 9. Demon of the Fall Special Features: - Intervista con la band - Interviste ai fan - Soundcheck - Galleria fotografica Six Waves Of Woe Forest Of Shadows 2008, Firebox Doom I Forest Of Shadows, creatura di Niclas Frohagen, sono senz'altro uno dei progetti doom che più hanno segnato la storia recente di questo genere: a fronte di una discografia piuttosto esigua, i consensi che tale act è stato in grado di riscuotere sono decisamente considerevoli. Le prime testimonianze dei Forest Of Shadows, ossia i demo Under The Dying Sun e Promotion CD, e l'EP Where Dreams Turn To Dust, rientrano di diritto fra le migliori produzioni doom di sempre: ai tempi, i Forest Of Shadows proponevano del death-doom dall'eleganza e raffinatezza incredibili, contraddistinto da melodie coinvolgenti, interventi di pianoforte, di violino e di flauto, ed un perfetto alternarsi fra voce pulita e growl. Il full-length Departure, invece, rappresentò un deciso cambio di direzione: anzicchè capitalizzare le qualità evidenziate in precedenza, Niclas rinunciò ad un capolavoro annunciato per tentare una strada più originale e più innovativa. Messo da parte il sound più tipicamente death-doom degli esordi, Departure era giocato su atmosfere più soffuse e minimali, il cui punto di forza era il sapiente contrasto fra la dolcezza dei frangenti più tranquilli, e la potenza emotiva di quelli più violenti. Un cambio di rotta notevole, che tuttavia si rivelò vincente: la maggior parte degli appassionati dimostrò di apprezzare la nuova direzione intrapresa dai Forest Of Shadows. Il nuovo arrivato Six Waves Of Woe continua a battere la stessa strada di Departure, ma purtroppo i risultati non sono altrettanto brillanti. Guardando il minutaggio dell'album, ciò che salta agli occhi è che ora le canzoni sono molto più brevi: nessuna traccia supera i dieci minuti, il che rende l'ascolto più compatto e accessibile rispetto a Departure. Ciò che invece salta immediatamente all'orecchio è la scarsa qualità della produzione. Il sound, rispetto alla generale pulizia che caratterizzava il precedente disco, si è fatto più rumoroso, più sporco, a tratti addirittura zanzaroso nei frangenti più caotici. Suoni del genere sarebbero stati appropriati se avessimo avuto a che fare con del death-doom grezzo e diretto, ma poco si addicono ad un gruppo che vorrebbe essere elegante e decadente. L'aspetto più irritante, però, è la poca rilevanza che è stata data alla voce nel mix: è talmente bassa che, specialmente durante il growl, a volte si fa fatica a distinguerla dagli strumenti. Intendiamoci, l'album è tutt'altro che inascoltabile, ma peggioramenti del genere appaiono inspiegabili, soprattutto alla luce dell'ottimo lavoro svolto in questo compartimento sia su Departure che sull' EP e sui demo. A livello compositivo, ci sono poche novità da segnalare, ed è qui il principale limite di Six Waves Of Woe: l'essere troppo simile al suo predecessore. Le canzoni sono ancora tutte giocate sull'alternanza di sezioni calme e sezioni pesanti (queste ultime presenti in dosi minori, adesso), ma è una formula che può funzionare fino ad un certo punto, e che non può essere ripetuta all'infinito. Le belle melodie non mancano, così come non mancano soprese interessanti come azzeccati intermezzi acustici e qualche accelerazione qui e lì, ma ciò non è sufficiente per scrollarsi di dosso la sensazione di "già sentito". Gli episodi più riusciti del lotto sono Self Destructive, Moments In Solitude, e Pernicious, per via della loro struttura più intrigante e varia; ciononostante, probabilmente serviranno diversi ascolti per riuscire a distinguere una traccia dall'altra. E, per un gruppo che in passato è stato in grado di comporre, in ambito doom metal, alcune fra le canzoni più memorabili degli ultimi anni, è un deciso passo indietro. Insomma, obiettivo centrato a metà per il buon Niclas: fossilizzarsi sullo stesso stile di Departure non è stata una mossa troppo azzeccata, poichè ha portato ad una pedissequa riproposizione, in formato "ridotto", di soluzioni ormai datate. Six Waves Of Woe non è assolutamente un brutto album: le canzoni sono più che gradevoli, e sono sicuro che non pochi estimatori del gruppo potranno restare soddisfatti per ciò che il platter ha da offrire. Six Waves Of Woe, però, non è ciò che sarebbe stato lecito aspettarsi da chi, in passato, ha dimostrato di saper fare molto di più; i Forest Of Shadows stavolta sono "rimandati a settembre", per usare un gergo scolastico ormai antiquato. A questo giro Niclas non si è fatto valere come avrebbe potuto, il prossimo album dunque sarà il banco di prova decisivo per determinare il futuro del progetto; il ragazzo, però, come ben sappiamo, ha capacità da vendere, e sono fiducioso che la prossima volta saprà di nuovo stupirci. Giuseppe "REINHART" Abazia Tracklist: 1 - Submission (06:47) 2 - Self Destructive (08:11) (mp3) 3 - Detached (07:08) 4 - Moments In Solitude (09:39) 5 - Pernicious (05:43) 6 - Deprived (10:28) Fonte: TrueMetal
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Magnified
Kingdom Come 2009, Planet Music Hard Rock Refrattario ai luoghi comuni, lontano dalle masse, fiero portatore di un’identità artistica non sempre compresa, spesso controversa, ma mai rinnegata. Questo è Lenny Wolf, musicista, singer e compositore tedesco, passato alla storia come leader indiscusso di una delle formazioni più esclusive, fuori dagli schemi e caratteristiche dell’intera scena musicale degli ultimi venti anni, i Kingdom Come. Mai esente da critiche Wolf, sin dagli esordi del gruppo – divenuto nel frattempo una sorta di prolungamento del proprio ego – ha cercato di affrancarsi da scomodi paragoni e similitudini più o meno evidenti tramite l’elaborazione di un percorso musicale aperto a molte influenze, contaminando uno stile originariamente devoto all’hard rock settantiano con elementi mutuati da concetti artistici meno tradizionali, affini ad ambienti underground e di manifesta ispirazione modernista. Vagamente dark nello spirito ed ora spesso accostabile a divagazioni “trip hop” e “drum n’bass”, la musica dei Kingdom Come ha mostrato nel tempo segnali di metamorfosi continua, abbandonando così i sicuri lidi dei patinati ed acclamati “Bad Image” ed “In Your Face”, per scegliere un sentiero impervio e complicato come quello della sperimentazione e della creatività accesa. La strada abbozzata con i vari “Independent”, “Ain’t Crying For The Moon” e “Perpetual”, trova ora uno sbocco concreto e tangibile in “Magnified”, disco dalla natura eterogenea e multiforme, come il proprio creatore, incapace di sottostare a schematizzazioni rigide, ma soprattutto lontano da ogni logica di semplice e banale commercio. Arte trasmutata in idea personale, in visione ermetica che ben poco ha a che spartire con meccanismi di mercato o con qualsivoglia desiderio di incontrare il favore del pubblico più ampio. Un concetto di musica differente, che in ogni suo aspetto – non da ultimo, il rapporto con la neonata label Planet Music, costituito sulla semplice fiducia e su nessun “vero” accordo contrattuale – mette in discussione sin dalle fondamenta ogni consuetudine. I Kingdom Come sono ormai, come apertamente dichiarato del deus ex machina, una missione, un ideale fatto di suoni che non tenta di spiegare se stesso e si lascia, nella più totale indifferenza, giudicare in modo libero da chi vede e ascolta. Se dovesse mai capitarvi di domandare a Mr. Wolf una descrizione, seppur sommaria, delle sue opere, la risposta sarà immancabilmente una sola. “Io creo, spetta agli altri cercare di entrare in sintonia con le mie creazioni.” Una visione elitaria, al limite della superbia, che tuttavia, ne va dato atto, non manca di mostrarsi originale ed intrisa di valori artistici effettivamente tangibili e densi di significati. È dunque in un’ottica un po’ scostata dalla semplice fruibilità d’ascolto, che vanno intese le nuove composizioni del musicista teutonico. Brani talora ruvidi, oscuri, ermetici e compatti come cubetti di porfido, altre volte gommosi e futuristi, più raramente, memori delle melanconiche atmosfere riscontrate nell’emozionale “Bad Image”, costituiscono un tessuto melodico non sempre facilmente percorribile, capace però di affascinare e trasmettere stimoli inattesi, inserendosi “sotto pelle” ed avvinghiando in una sorta di gioco “vedo – non vedo”, in cui le sensazioni, i particolari, si rivelano poco alla volta ad ogni passaggio ulteriore. Cadenze industrial–trip hop, riff corposi ed improvvisi assalti rock vecchio stile, sono la base di tracce singolari ed enfatiche come “Living Dynamite”, “No Murderer I Kiss”, “So Unreal” ed ”Hey Mama”, episodi cui fanno da contrasto il romanticismo della bellissima “24 Hours”, e delle soffuse “Over You”, “Unwritten Language” e della conclusiva “Feeding The Flame”, frammenti che ben s’inseriscono in scia ai Kingdom Come più classici, grazie all’uso smodato d’armonie nostalgiche e quasi autunnali, esaltate dalle caratteristiche vocals di Wolf. Sorprendono invece i sussulti modernisti delle ipnotiche e notturne “When I Was”, “Sweet Killing”, e “The Machine Inside”, pezzi che lasciano trasparire l’interesse mostrato recentemente dal mastermind per le correnti più underground del centro-est europa. Ritmi acidi e intuizioni industrialoidi dall’impatto a dir poco singolare, che in taluni frangenti si rivelano accostabili a gruppi decisamente fuori campo come Muse e Massive Attack, nuovi riferimenti nella proposta - al solito complessa ed elaborata - dei Kingdom Come. Poca tradizione dunque, grande voglia di rompere definitivamente con schemi asfissianti che per tanto tempo hanno rappresentato uno scomodo impiccio e non pochi imbarazzi, ed un importante desiderio di sperimentare e proporre qualcosa che sappia davvero mostrarsi come personale e diverso. Il rischio è di non essere compresi, di lasciare con l’amaro in bocca i tanti che ancora ricordano con ammirazione album legati ad epoche remote e, a causa di una veste un po’ azzardata, di non riuscir più a strappare consensi. Tutto questo è di scarsa importanza agli occhi di Lenny Wolf, artista a tutto tondo, convinto e sicuro della strada intrapresa e della bontà della sua arte, più che mai certo che la musica sia un linguaggio universale da decodificare prima con il cuore che con la mente. Un disco difficile, ermetico, ancora una volta insomma, non esente da critiche. Ma ancora una volta 100% Kingdom Come. Tracklist: 01. Living Dynamite 02. No Murderer I Kiss 03. 24 Hours 04. So Unreal 05. When I Was 06. Over You 07. Sweet Killing 08. Unwritten Language 09. Hey Mama 10. The Machine Inside 11. Feeding The Flame Line Up: Lenny Wolf – Voce / Chitarra / Basso / Batteria Hendrik Thiesbrummel – Batteria Eric Forester – Chitarra Frank Binke - Basso Fonte: TrueMetal
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Lost in the Darkness
Savior from Anger 2009, Rock it up Records Heavy Nel 2000 iniziò la carriera musicale di Marco Ruggiero, talentuoso axeman campano, insieme a Raffaele Lanzuise col progetto Nameless Crime, band storica del sud Italia che offrì la spalla ad artisti del calibro di Paul Di' Anno, Blaze Bailey ed Helstar, come ci racconta lo stesso Marco nell'intervista. Dopo molti anni, Marco fondò un altro progetto, i Savior from Anger, band con una attitudine spiccatamente americana nel sound e nel songwriting; prima un EP, "No way out", poi un paio d'anni di gavetta su palchi italiani ed europei, ed infine la firma con la Rock it up Records. Il disco si apre con un gran riff che pare aver stampato sopra la bandiera a stelle e strisce. "Claustrophobia" risulta all'orecchio un'ottima opener rocciosa e aggressiva, su cui ben si impronta la voce alta e pulita di Alessandro Granato. "Victim of rage" parte su un atmosferico giro sostenuto dal basso per poi aprirsi in un altro riff puramente americano. Brano catchy e davvero ben riuscito, sicuramente ottimo in fase live. "No way out" ricalca lo stesso stile dei precedenti pezzi; nota di merito per il potente bridge e la sezione assoli, lunga ma molto varia e decisamente incalzante. A seguire una mid-tempo godibile ma che non esalta come le tracce precedenti, "Killing greed". un break acustico porta agli assoli dove Marco si scatena in furiosi tapping. "Double shot" ricalca la struttura del brano precedente, riuscendo però ad avere un gusto maggiormente personale. Sfogliando il booklet si nota come dietro le pelli da questo pezzo in poi sieda Michele Coppola, che ha registrato le tracce in uno studio diverso dal precedente, e la differenza di sound si sente, con sfumature meno compresse e più acustiche. "Mind struck" è un pezzo dove tutti i canoni dell'US Power Metal vengono fusi assieme: riffing incalzante, voce altissima, ritmiche serrate e maledettamente ficcanti, fino al break che ricorda vagamente l'intro di "Murders in the Rue Morgue" dei Maiden; il pezzo poi cambia registro e con un ritmo più cadenzato offre la sponda ad una riuscita sezione assoli. "Shudders of death" sembra una seconda parte di Mindstruck: intro molto simile, poi ancora un buon riffing tipicamente US a reggere un brano che comunque non raggiunge i livelli della sua controparte citata. Tocca poi alla lenta "Through this life"; il testo è di rara profondità, e il sostegno melodico è notevole nella sua semplicità. Un brano decisamente gradevole, che conduce alla conclusiva e tellurica "Shock Wave", un brano le cui influenze sono maggiormente europee; ottimo il riffing, tritasassi la sezione ritmica, squillante e cattivissima la voce. Una piccola perla a chiudere il disco. La bonus-track "Puncture of submission" non aggiunge nient'altro a Lost in the darkness. Globalmente un buon disco; le influenze della scuola americana sono evidenti e così tangibili da poterle tagliare col coltello. Ma il buon Marco ce la mette tutta per rendere il lavoro sempre al di sopra della soglia di sufficienza, e ci riesce soprattutto nella prima metà del disco. Le vocals sono ben curate con numerosi overdub e cori ottimamente armonizzati. La sezione ritmica regge bene anche su BPM alti, ma perde un pò di spinta nelle tracce con Michele alle pelli a causa della produzione che non "pompa" a sufficienza i suoi potenti e precisi patterns. In definitiva Lost in the darkness saprà farsi ben apprezzare dagli amanti dell'US Power Metal e soprattutto da chi vorrà supportare una band nostrana, i Savior from Anger, che possiede i cosiddetti attributi e non si fa pregare due volte per metterli in musica. Tracklist: 1. Claustrophobia 2. Victim of Rage 3. No Way Out 4. Killing Greed 5. Double Shot 6. Mindstruck 7. Shudder of Death 8. Through This Life 9. Shock Wave 10. Puncture of Submission (Bonus) Chapter 2: Numquam Colosseum 2009, Firebox Doom Pubblicata in data: 01/03/2009 I Colosseum sono stati una delle migliori sorprese del 2007, in ambito funeral doom. Catapultatisi sul mercato immediatamente con un full-length, Chapter 1: Delirium, i nostri seppero imporsi con uno stile certo non particolarmente originale, ma qualitativamente eccellente, e forte di un songwriting ricercato, potente, interessante. D'altra parte Juhani Palomäki, il mastermind del gruppo, non è certo un novizio del genere, essendo leader anche degli Yearning, band nata nell'ormai lontano 1996 ed autrice di validissimi dischi di doom melodico. A poco meno di due anni di distanza dal primo capitolo Delirium, la saga dei Colosseum continua ora con Chapter 2: Numquam. Le coordinate musicali di Numquam sono rimaste praticamente invariate rispetto a Delirium: funeral doom monolitico, dalla lentezza ossessiva e dalle atmosfere inquietantemente epiche. Grande importanza, nel sound dei Colosseum, è rivestita dalle tastiere, che conducono le fila della musica con melodie solenni, notturne, tragiche; tuttavia, nonostante l'importanza conferita a tale strumento, nello stile dei Colosseum non v'è traccia del romanticismo o dell'accessibilità melodica che caratterizza altri gruppi funeral doom simili. Numquam, così come Delirium prima di lui, è un colosso di pesantezza emotiva e sonora che non lascia spazio a frangenti più leggeri: complice una miglior produzione rispetto al precedente album, in Numquam l'ascoltatore viene schiacciato da una sezione ritmica dai suoni estremamente corposi e da atmosfere perennemente oppressive. L'incedere delle chitarre è plumbeo, minaccioso, mentre la batteria scandisce in modo candenzato ma mai banale lo svolgersi di questa marcia funebre; da evidenziare anche partiture di chitarra solista estremamente ispirate, e interventi di chitarra acustica. A cantare delle fredde e disilluse emozioni racchiuse nell'album è un catacombale growl, il cui riverbero ne esalta la profondità e lo spessore, tanto da farlo sembrare provenire dall'antro di una caverna. Numquam non è un disco di facile ascolto: le sette tracce, quasi tutte molto lunghe, non concedono un attimo di tregua all'ascoltatore, ma lo trascinano senza pietà in un baratro senza fine, come se il platter fosse costituito non da sette episodi scollegati, ma da sette parti di un'unica, lunghissima sinfonia di morte. Difficile dire se Numquam sia meglio o peggio di Delirium: la loro fortissima somiglianza li fa sembrare, più che due album distinti, due capitoli conseguenziali di un discorso unico (come, d'altra parte, è indicato dagli stessi titoli). Chapter 2: Numquam è quindi un "more of the same", ma un "more of the same" qualitativamente ottimo, confezionato con grande cura e attenzione ai dettagli, e graziato composizioni decisamente ispirate e coinvolgenti. Gli appassionati di funeral doom possono acquistare ad occhi chiusi, specialmente se avevano apprezzato Chapter 1: Delirium, tenendo a mente, però, che non bisogna aspettarsi nulla di nuovo da questo secondo capitolo, ma che si ritroveranno la stessa passione e lo stesso livello qualitativo del precedente episodio. Giuseppe "REINHART" Abazia Tracklist: 1 - Numquam (07:32) 2 - Towards the Infinite (06:57) 3 - Demons Swarm by My Side (09:57) 4 - The River (07:07) 5 - Narcosis (09:53) 6 - Prosperity (16:42) 7 - Outro (05:31) Fonte: TrueMetal
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Malevolent Grain
Wolves In The Throne Room 2009, Southern Lord / Conspiracy Black Nel corso degli ultimi anni i Wolves In A Throne Room si sono guadagnati una certa visibilità nel panorama black metal. Vuoi per le sonorità relativamente eccentriche per la scena americana, vuoi per una certa confusione nell’individuare con precisione le loro radici musicali, vuoi per la forte connotazione spirituale delle tematiche orgogliosamente rivendicata nel corso delle ultime interviste, fatto sta che nel giro di un paio d’anni il loro nome è diventato uno dei più chiacchierati nell’ambito del black a stelle e strisce. Innegabilmente l’orientamento ideologico dei Wolves… ha contribuito a distinguerli non poco rispetto alla sempre ricca famiglia delle true-evil-sataninc band ancora legate all’iconografia primordiale del genere. Lo stile di vita ritirato e a contatto con la natura, i debiti riconosciuti alle teorie esoteriche di Rudolf Steiner e il forte messaggio concettuale con riferimenti a ecologia e agricoltura biodinamica pongono la formazione di Olympia in una posizione affatto particolare nel loro genere. Un genere che del resto non è così semplice definire. Rifuggendo da etichette troppo rigide, i Wolves… hanno sempre riconosciuto l’innegabile legame con i padri del black metal scandinavo – Bathory, Darkthrone e Burzum su tutti – ma hanno altresì saputo efficacemente integrare al proprio stile elementi doom, folk e dark-ambient. Qualcuno ci ha voluto trovare anche influenze di stampo progressive: il sottoscritto non le ha sentite. Assecondando il proprio carattere di band concettualmente impegnata, il combo americano si è concentrato su brani dal minutaggio elevato, quasi sempre superiori ai dieci minuti di lunghezza, affidandosi a strutture essenziali e a quei suoni grezzi e minimali che i puristi del black non mancano mai di apprezzare. ‘Malevolent Grain’ segue questa stessa impostazione. L’EP, apristrada per l’imminente terzo album ‘Black Cascade’, presenta solo due pezzi, rispettivamente di tredici e dieci primi, per una durata complessiva superiore ai venti minuti. L’iniziale ‘A Looming Resonance’ appare fra i due certamente il più interessante. L’apertura lenta e cadenzata apre a un riffing zanzaroso e ossessivo, che opportunamente non mette in luce il chitarrismo della new entry Will Linsday (ex-Middian), già integrato nel sound corale della band. Forte e di sicuro impatto il contrasto con le clean vocals della collega Jamie Myers, frontwoman degli eclettici Hammers Of Misfortune. Il suo cantato melanconico, a tratti quasi cantilenante, penetra a fondo l’atmosfera selvatica e crepuscolare del pezzo, ipnotico nel suo alternarsi di accelerazioni disperate e lancinanti rallentamenti, esaltandone le melodie sporche, ruvide, decadenti. Un finale ai limiti del noise funge da trait d’union con ‘Hate Crystal’. Qui le chitarre si fanno subito più aggressive, impegnate in una lotta testa a testa con un drumming tempestoso che spesso sovrasta il taglio epico del riffing, ostinatamente monotono e monocorde. Al microfono torna Rick Dahlin, che rispolvera uno screaming più tradizionale e graffiante. Al di là dell’impostazione spiccatamente aggressiva, il brano gioca di nuovo le sue carte sul terreno dell’atmosfera, sebbene rispetto al predecessore soffra un poco di più l’elevato minutaggio e la penuria di variazioni. Utile a ricompattare i ranghi dopo il disco dal vivo ‘Live At Roadbum 2008’ dello scorso anno e ad agevolare l’inserimento di Linsday, ‘Malevolent Grain’ presenta una band in forma, pronta a tentare l’exploit nei prossimi mesi con ‘Black Cascade’. Onesto tanto nella durata quanto nei contenuti, l’EP – disponibile per l’Europa in edizione limitata in vinile 12′′ – ha tutti i requisiti per stimolare l’interesse degli estimatori della band, qui in ottima forma e affatto determinata a battere e ribattere il celebre ferro prima che si raffreddi. Beninteso che un pezzo come ‘A Looming Resonance’ potrebbe senza dubbio contribuire ad avvicinare anche frange di ascoltatori poco avvezze a queste sonorità. Riccardo Angelini Tracklist: 1. A Looming Resonance (13:01) 2. Hate Crystal (10:38) Lantlôs Lantlôs 2008, ATMF Records Black La maggiore gratificazione per un recensore risiede, a parere di chi scrive, nella possibilità di portare all'attenzione del pubblico le nuove leve più promettenti, gruppi ancora poco conosciuti ma ricchi di idee e di talento. Proprio per tale ragione fa sempre piacere trovarsi tra le mani lavori come questo omonimo full-length dei tedeschi Lantlôs, un album d'esordio particolarmente valido e interessante, a riprova del fatto che la sinora fertile scena teutonica ha ancora molto da dire in ambito black. Ed è proprio questo il genere a cui è dedita la giovane band di Rheda formata, ai tempi in cui "Lantlôs" è stato registrato, da Herbst e Angrrau, coadiuvati da Alboîn dei conterranei Geist in qualità di session-vocalist, mentre attualmente il compito di occuparsi del cantato dovrebbe essere assolto da Tom Innocenti, subentrato ad Angrrau dopo la defezione di quest'ultimo. Black metal, si era detto: una definizione di per sé appropriata, purché la si integri con le doverose precisazioni. Le radici della musica dei Lantlôs di certo affondano saldamente nel black, quello di scuola norvegese in particolare, ma il genere viene qui reinterpretato con un'attitudine moderna ed eclettica, rifuggendo non pochi luoghi comuni, fino a diventare qualcosa di sensibilmente diverso. L'impressione è che, nel processo che ha portato i nostri a definire la propria identità musicale attraverso l'elaborazione di diverse influenze, il rock abbia avuto quasi altrettanto peso del black metal; basti pensare all'importanza centrale che il ruolo del basso riveste in quest'album, conferendo al tutto una profondità e una pienezza nient'affatto comuni per il genere. Quello dei Lantlôs è dunque un black sui generis, che gioca sull'accostamento di passaggi oscuri e violentissimi e linee melodiche raffinate e intrise di insospettabile dolcezza. L'aspetto che però risalta maggiormente è la massiccia presenza delle chitarre acustiche, variamente utilizzate tra suggestivi break atmosferici e crescendo di grande intensità, oppure in sovrapposizione a riffing ferocissimo e blast-beat incalzante, andando così a creare un contrasto particolare e molto affascinante. Proprio in questa presenza costante della componente acustica, del resto, si possono avvertire influenze in parte riconducibili, oltre che ai primi Opeth, soprattutto agli Agalloch, con i quali i nostri condividono l'impronta fortemente malinconica e la non trascurabile capacità di trasmettere all'ascoltatore sensazioni profonde e mai banali. E certamente i Lantlôs nelle loro composizioni puntano non poco su questa costante tensione emotiva, senza però che ciò vada ad intaccare minimamente la natura estrema della loro proposta musicale. Proprio l'attacco iniziale dell'opener þinaz Andawlitjam sembra voler fugare ogni dubbio in proposito: una bordata improvvisa di black metal ossessivo e inquietante, dai ritmi molto sostenuti, che investe l'ascoltatore come un immondo sciame di insetti. Un assalto breve quanto incisivo che va a spegnersi, repentinamente com'era partito, in un mid-tempo gelido, ipnotico e straniante in cui si respira un senso di desolazione che potrebbe riportare alla mente certe suggestioni tipiche dei Katatonia. A metà del quinto minuto la traccia muta nuovamente, l'atmosfera si fa meno cupa e il ritmo più vivace: una lunga digressione in cui la chitarra acustica torna protagonista, finchè un vorticoso riffing black e lo screaming rabbioso e sofferente di Alboîn, reso ancora più duro, più atroce, dalla scelta di cantare in lingua madre, tornano a spazzar via ogni residua speranza. Se þinaz Andawlitjam ci ha presentato tutti quelli che sono gli ingredienti della ricetta offerta dai Lantlôs, la successiva Mittsommerregen li riprende e li rimescola in modo diverso. A differenza del pezzo precedente, che ben si prestava ad essere suddiviso in "movimenti" ben definiti e nettamente distinti, qui la struttura si fa maggiormente fluida, più libera e meno prevedibile, incentrata su un leitmotiv che viene variamente ripreso e rielaborato nel corso della canzone e attorno al quale arpeggi acustici, furiosi stacchi black e toccanti aperture melodiche si alternano senza sosta. E senza sprecare neanche un passaggio. Le prime due tracce certamente colpiscono per intensità e per maturità compositiva, ma è con Ruinen, già presente nel demo del 2007 "Îsern Himel", che si tocca l'apice del disco. Il brano, intriso di incredibile pathos e drammaticità anche nei passaggi più tirati, si apre su una nota lunga e acuta che introduce quello che è probabilmente il miglior crescendo di tutto l'album, dove basso, batteria e chitarra acustica si muovono all'unisono, con grazia, in un amalgama praticamente perfetto. Poi, spietatamente, questo delicato equilibrio si infrange quando Alboîn inizia a cantare con voce angosciata: «Hinter mir die hunde/ und vor mir liegen trümmer/ wo kehr ich ein?/ Erschöpfung! Ich sinke auf die knie...» (dietro di me i cani/ e davanti a me si stendono macerie/ dove posso fermarmi a riposare?/ Sfinimento! Cado in ginocchio...). Il resto è un susseguirsi di emozioni intense e contrastanti, tra preziosi momenti di quiete e abissi di disperata violenza. Si potrebbe parlare ancora della splendida ed emblematica Kalte Tage o della conclusiva -e strumentale- Ëin, in cui i riferimenti agli Agalloch si fanno quasi palpabili, ma non mi soffermerò oltre nell'analisi delle singole tracce, perchè ormai le caratteristiche di questo primo, omonimo album dei Lantlôs dovrebbero essere ben chiare. Siamo di fronte a un affresco squisitamente crepuscolare, la cui forza risiede nel saper rappresentare con enorme verve espressiva, nella musica come nei testi, la decadenza del nostro mondo e della nostra civiltà. Così, nella mente dell'ascoltatore iniziano a prendere forma le nere e opprimenti spoglie di una città morta, in cui meste figure si aggirano senza meta, simili a diafani spettri. Il medesimo scenario così abilmente raffigurato nello splendido artwork di Fursy Teyssier (che ha collaborato anche con band quali Alcest, Peste Noire e Amesoeurs). Ma sono proprio le parole dello stesso Herbst, sempre in Ruinen, che ci descrivono nel modo più chiaro le sensazioni di abbandono e smarrimento che la musica dei Lantlôs riesce a trasmettere: «Wer bin ich, der es nicht zu träumen vermag?/ Wer bin ich, der dem höchsten gut den rücken kehrt?/ Wer bin ich, unter dem grauen,stählernen himmel?» (Chi sono io, che non è in grado di sognare?/ Chi sono io, che al bene supremo volta le spalle?/ Chi sono io, sotto questo grigio cielo d'acciaio?). Che altro aggiungere? Solo un avvertimento: questo è un album dalla personalità fortissima, psicologicamente molto impegnativo, da assimilare poco per volta assaporandone ogni sfumatura, senza commettere l'errore di liquidare in uno o due sbrigativi ascolti quello che è uno dei migliori dischi black che siano usciti nel 2008 da poco trascorso. Tracklist: 1. þinaz Andawlitjam 09:04 2. Mittsommerregen 08:09 3. Ruinen 08:34 4. Kalte Tage 06:59 5. Ëin 06:59 Journey Of Souls Keldian 2008, Perris Records Power Seconda release per i Keldian, che con il primo album avevano piacevolmente stupito grazie ad un Power suonato onestamente e con una certa personalità, nonostante non apportasse grandi innovazioni ad un genere che ormai, possiamo dirlo, è completamente saturo di gruppi imitatori dei “grandi” di oggi e di quelli degli anni ’80. I Keldian si limitano a prenderne l’ispirazione, amalgamando il tutto e proponendocelo come qualcosa di proprio, elaborato e modernizzato ad hoc per il mercato odierno. Il risultato è soddisfacente: la band ci propone un Power sinfonico pieno di influenze unite con un certo gusto, creando un album di discreta fattura che contiene un paio di canzoni parecchio trascinanti, complici incisi di grand’effetto ed un riffing mai privo di originalità. Rispetto al primo Heaven’s Gate, in Journey Of Souls si assiste ad un’evoluzione del sound, leggermente meno potente del suo predecessore e volto più alla ricerca di atmosfere particolari. L’album se non per tre o quattro canzoni si estende su ritmi di media velocità, lasciando tacere in diverse occasioni le chitarre per dare posto alle tastiere. Sicuramente i punti chiave di questo disco sono i cambi di velocità: con maestria i Keldian passano da riff corposi e potenti a momenti di astrattismo musicale lenti e rilassanti che rendono l’album più leggero ed assimilabile. Già dai primi secondi i sintetizzatori ci immergono in un mondo fatto di viaggi interplanetari e battaglie tra navicelle spaziali, grazie a effetti acustici tipici dei film fantascientifici: The Last Frontier si sviluppa tra questo tipo di suoni, tra bridge notevoli e stacchi piacevoli che rendono la canzone fresca e mai stancante. Tra le varie influenze influenze troviamo anche delle melodie tipicamente Folk presenti nella sesta Vinland, song potente e diretta. La canzone vede anche la partecipazione di Anette Fodnes e Maja Svisdahl (due delle nove guest star che hanno contribuito alla registrazione dell’album) che uniscono le loro voci a quella di Christer Andresen dal timbro particolare che, contrariamente ai canoni “imposti” dal Power, non è dotata di estensione elevatissima. Memento Mori è una delle migliori dell’album: la canzone parte con un intro lento e rilassante che lascia spazio ad un riffing robusto, per poi riplacarsi a metà e riraggiungere in un crescendo spaventosamente affascinante la potenza che la caratterizzava inizialmente. Il punto più alto raggiunto da questa song è l’assolo tastiera/chitarra che si conclude in con un dolce rumore di pioggia che accompagna un motivo di chitarra e violino fino alla fine della canzone. In conclusione quello presentato dai Keldian è un album ben confezionato, che tutti gli appassionati del genere potranno apprezzare a sufficienza. Journey Of Souls non è certo una perla di memorabile splendore, ma è comunque un disco che sa il fatto suo e che può essere riascoltato più volte senza che scada nel banale. In attesa di una maturazione a livello di idee vi rimando comunque all’acquisto di questo album, senza sperare in un miracolo ma forti del fatto che ci troveremo davanti ad un lavoro che in diverse occasioni vi potrà stupire positivamente. Tracklist: 01. The Last Frontier 02. Lords Of Polaris 03. Reaper 04. The Ghost Of Icarus 05. Memento Mori 06. Vinland 07. The Devil In Me 08. Hyperion 09. God Of War 10. Starchildren 11. Dreamcatcher Fonte: TrueMetal
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The Immunity Zone
Andromeda 2009, Nightmare Records Prog Quando ho acquistato “The Immunity Zone”, circa due mesi orsono, mi ero già fatto parzialmente un’idea di cosa dovevo aspettarmi: un allontanamento dall’elegante “leggerezza” presente in “Chimera”, in favore di una maggiore complessità e degli ambienti malinconici propri dell’eccellente “II=I”. Come dire: più vicini al mio disco prediletto degli Andromeda, più lontani dal lavoro del 2006, quello che meno mi aveva soddisfatto proprio per l’opzione lineare che ne stava alla radice. Questo nuovo album, in realtà, esibisce tanti e tali elementi da condurci alle conclusioni che leggerete in fondo, ossia che siamo di fronte ad un episodio assolutamente nuovo e a sé stante nella ancor giovane discografia della band svedese. E quanto appena affermato si esplica con nettezza fin dall’opener, che risulta un po’ fuorviante ma che è allo stesso tempo una dichiarazione d’intenti sulla volontà di distaccarsi dal recente passato: “Recognizing Fate” non brilla certo per ricerca melodica, non ha il piglio rassicurante di “The words unspoken”, né i velati sinfonismi di “Encyclopedia”, né tantomeno l’ariosa immediatezza di “Periscope”… è invece una song ostica, e coraggiosa anche nel posizionamento in scaletta. L’attacco richiama i Megadeth per pochi secondi prima di farci piombare nelle atmosfere più cupe di “II=I”: qui le tastiere spaziali e “horrorifiche” di Hedin si accostano ora a distorsioni di rara pesantezza in questi lidi, ora ad arpeggi solo apparentemente più confortanti, con le evoluzioni batteristiche di prim’ordine del “solito” Lejon, e con vocalizzi filtrati e un refrain quasi inesistente a fare da (giusta) cornice. Non c’è il tempo di prendere confidenza con le sonorità appena introdotte, che i nostri, sapientemente, ci prendono per la gola con “Slaves of the Plethora Season”, un mid-tempo che sembra una versione leggermente ottenebrata dei pezzi limpidi di “Chimera”, tanto è diretto e dotato di ottime melodie da ideale “singolo di lancio” (come si sarebbe detto in tempi non lontani). Terzo brano, terza versione dei fatti: “Ghost of Retinas” è un lento che si stende su arpeggi stoppati e basamenti di synth, ma è quanto di più distante da ciò che potrebbe essere una ballad, come ci suggeriscono gli squisiti controtempi di Lejon su canto e chitarra, ed altrettanto dicasi di un minaccioso bridge dove un ipnotico Fremberg sgombera (ma non troppo) le nubi per l’incerta schiarita del ritornello. Qui mi fermo un attimo, perché chi (come il sottoscritto) avverte la mancanza di quelle parti strumentali soliste o d’assieme che nobilitavano soprattutto i primi due dischi, non sarà ancora pienamente soddisfatto. Eppure, su brani solo in apparenza lineari, c’è una sezione ritmica inesauribile che la pensa in modo diverso e che pare in grado di compensare certe esigenze “cerebrali”. Ma diamo tempo e fiducia: i momenti solistici di chitarra e tastiera, che si affacciano nei successivi due brani, sono solo un piccolo antipasto. “Censoring Truth” e “Worst Enemy” sono canzoni piuttosto dinamiche e accomunate anche da altre analogie, soprattutto nella varietà della loro costruzione (pur all’interno di una generica forma-canzone), con un andamento che da una strofa all’altra passa in totale scioltezza dal cadenzato, al rilassato, al veloce (tendenzialmente in crescendo con lo scorrere del minutaggio). Se le due tracce precedenti riappacificano la band con i sostenitori della canonicità strumentale del prog-metal, “My Star” è invece un altro pugno nello stomaco, che fa il paio con il pezzo d’apertura per gli accenti di pesantezza, ma che spicca per identità proprio per il suo essere anomala: una sorta di claustrofobica cantilena dalla struttura cantautorale, dall’incedere rallentato, quasi sabbathiano, ottimamente interpretata da Fremberg nel suo tipico approccio “sofferente”, con vaghe dissonanze ed efficaci momenti virtuosi della tastiera e della chitarra di quel Reinholdz che finora (differentemente dal consueto) era stato poco impegnato in questa veste. Laddove la track 6 rimanda alle fabbriche e allo smog della copertina, quella successiva è invece la “Immunity Zone” verde ed in primo piano dell’artwork, e non è certo un caso che le tracce in questione siano attaccate fra loro: l’ariosa e veloce “Another Step”, autentico (e dichiarato) tributo ai Megadeth più tecnici, ne risulta oltremodo valorizzata, dall’attacco in stile Elegy d’annata allo splendido e travolgente ritornello, dalla barocca sfida strumentale Hedin-Reinholdz fino alle ritmiche di Lejon che, messo da parte il fioretto, lavora di sciabola senza perdere in raffinatezza nei fendenti. E siamo così giunti all’ultima parte del disco, quella per cui i più pretenziosi avevano finora atteso invano. “Shadow of a Lucent Moon” è un antipasto al capolavoro che seguirà, una sorta di semi-ballad che evoca qualcosa dei Fates Warning nella struttura suddivisa in due parti, arpeggiata e rarefatta la prima, heavy e movimentata la seconda, nella quale (dopo un semi-refrain tecnologico che mi ha ricordato certi Ayreon) vengono sfruttate al meglio le infinite potenzialità della sezione ritmica e riportati in auge quei famigerati stacchi “spaziali” di tastiera che costituiscono un autentico trademark della band (da cui non pochi gruppi recenti hanno preso spunto). Ma tocca ai 17 minuti di “Veil of Illumination” il compito di appagare l’inappagabile, presentandoci tutto ciò che sono gli Andromeda in una sorta di manuale (o cliché, come diranno gli ultimi irriducibili) su come deve essere scritta una suite: tema chitarra/tastiera ricorrente, riffing movimentato, continue variazioni di ritmo, raffinate ed eleganti melodie neoprog di strofe/refrain manco fossero degli Spock’s Beard metallizzati, e (climax dell’intero album) una spettacolare parte centrale strumentale in bilico tra genio e follia, con i duetti keys-guitar che si legano indissolubilmente fra cuffia destra e sinistra creando una sorta di continuum melodico (arrivando a rievocare lontanamente gli Yes di “Five per cent for nothing”), mentre il carezzevole assolo di chitarra susseguente si prende gioco di chi considera gli Andromeda solo “freddi esecutori”. Sia chiaro, “The Immunity Zone” non è il disco che rivoluzionerà il metal progressivo, questo è certo. Ma non è neppure la mera riproposizione di quanto già offerto nei precedenti episodi discografici della band: prende da tutti questi un pezzettino, e subito se ne distacca per divenire, umilmente ma orgogliosamente, un quarto, nuovo e autonomo tassello di un sound “alla Andromeda”. Il più difficile finora, ma forse, proprio per questo, da ascoltare con maggiore attenzione. Alessandro Marcellan – “poeta73” Tracklist: 1. Recognizing Fate 7.19 2. Slaves of the Plethoria Season 5.34 3. Ghosts on Retinas 4.28 4. Censoring Truth 6.42 5. Worst Enemy 6.01 6. My Star 5.40 7. Another Step 5.58 8. Shadow of Lucent Moon 7.22 9. Veil of Illumination 17.25 Wicked Polly Mena Brinno 2009, Dark Balance/Andromeda Gothic Progetto ambizioso quello dei floridiani Mena Brinno, che in barba a qualsivoglia stereotipo geografico imboccano con decisione la strada della melodia. A cavallo fra metal classico, gothic, folk e sinfonia, questi figli degeneri della Bay Area tentano con il loro secondo disco da studio di dare visibilità a un genere che al di là dell’oceano non è mai riuscito a riscutere grande successo. La band nasce dall’incontro dell’ex-cantante d’opera Katy Decker e del chitarrista Marius Kozlowski, i quali dopo una breve collaborazione nei Royal Anguish hanno scoperto di condividere le medesime mire musicali. Nel 2007 vede così la luce ‘Icy Muse’, utile agli statunitensi per consolidare l’affiatamento e per cominciare a dare visibilità al progetto. Con il 2009 scocca l’ora di ‘Wicked Polly’, banco di prova al quale i Mena Brinno sono chiamati a dimostrare di fare sul serio. Kozlowski e soci non fanno mistero di puntare tutto sull’impostazione operistica di Katy, la cui bella voce si erge a protagonista fin dalle prime note, e sull’impatto degli arrangiamenti orchestrali, cui spetta il compito di sostenere l’apparato melodico, nella sua duplice radice gothic e folk. Alla ricerca di un equilibrio ottimale, la tracklist alterna episodi di gusto popolare, a tratti quasi danzereccio, a momenti più riflessivi, concedendo volentieri spazio ad accelerazioni ritmiche dal dichiarato intento epico (è il caso di ‘Secrets Of War’). Il limite fondamentale dei Mena Brinno sta nel fatto che il bacino di idee dal quale attingono è già stato ahiloro prosciugato da dozzine di colleghi europei nell’arco degli ultimi dieci-quindici anni. In alcuni casi le composizioni appaiono semplicemente ingenue ovvero obsolete, ripetendo a pappagallo una lezione già detta e stradetta dai vari Within Tempation, Nightwish o Rhapsody di prima maniera. In altri casi i rimandi si fanno più diretti e smaccati: il refrain dell’opener ‘Banks Of The Ohio’, tanto per fare un esempio, farà certo rizzare le orecchie ai fan degli Hammerfall di ‘Glory To The Brave’ (provate a riascoltare ‘The Dragon Lies Bleeding’ e tirate le vostre conclusioni). Se le melodie appaiono sempre orecchiabili, le strutture si rivolgono a formule stereotipate, che stancano con la stessa rapidità con la quale si lasciano memorizzare. Le chitarre esitano a prendere il controllo e, quel che è peggio, quello che doveva essere uno dei maggiori punti di forza, l’interpretazione della Decker, si rivela un’arma a doppio taglio, risultando alla lunga persino stucchevole. Considerata la finora trascurabile risonanza del gothic/folk di matrice sinfonica nel Nuovo Continente, è ragionevole pensare che i Mena Brinno tentino con ‘Wicked Polly’ di ergersi in qualche modo ad alfieri del genere innanzi all’audience americana. Se l’impresa pare già ardua nelle premesse, del tutto proibitiva diventa la prospettiva di un rilancio europeo. Il pubblico al di qua dell’oceano può infatti attingere a una tradizione ben più ricca e varia, che piuttosto abbisogna di novità, non già di epigoni. Senza contare che, anche restando sul nuovo continente, decisamente più credibili appaiono gruppi come i Todensbonden (originari della Virginia), che non diventeranno forse i nuovi leader della scena, ma che nel loro brillante esordio ‘Sleep Now, Quiet Forest’ hanno saputo coniugare con grande personalità la tradizione gothic e quella ambient/neoclassica. Per quanto riguarda la band di Decker e Kozlowski, dunque, la strada è ancora tutta in salita: salvo repentini cambi di rotta, l’impressione è di trovarsi di fronte a un progetto tanto ambizioso quanto trascurabile. Riccardo Angelini Tracklist: 1. Banks Of The Ohio 2. Entrapment 3. Wicked Polly 4. Secrets Of War 5. Labyrinth 6. Katie Cruel 7. Nightsounds 8. Court Me 9. Wildwood Flower Fonte: TrueMetal
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Permanent Damage
Stamina 2008, Heart Of Steel Records AOR Gli Stamina sono un giovane gruppo proveniente dalla provincia di Salerno nato nel 2001 dalla voglia del chitarrista Luca Sellito di trovare altri ragazzi con cui suonare assieme. L'intento iniziale è quello di proporre un power metal di stampo neoclassico a fianco del tastierista Andrea Barone e, una volta completata la formazione, viene scelto il nome Eternal Flame. Il primo anno di vita della band è quello più tumultuoso e vede il succedersi di numerosi cambi di lineup e di intenzioni, che culminano nell'estate 2002 con l'ingresso del bassista Roberto Chiumiento e del cantante Giorgio Adamo. Con loro viene accarezzata l'idea di proporre un nuovo genere musicale, più personale e aperto a ogni tipo di sperimentazioni, caratterizzato da una base AOR ancorato in molti casi agli anni Ottanta, su cui si innestano contaminazioni di ogni tipo come jazz, hard rock, progressive metal e fusion. Questa fase di cambiamento porta anche con sé un nuovo moniker, Stamina, ovvero la forza di resistenza necessaria a chi vuole proporre agli altri la propria passione, ovvero la propria musica, andando sempre avanti, nonostante tutto. È proprio con questo intento che nel Febbraio 2003 viene registrato il primo demo, The Demo Songs, seguito l'anno dopo da Here To Stay ed entrambi raccolgono molti consensi da parte della stampa e dai siti specializzati. La crescita artistica continua negli anni successivi, al punto di permettere al quintetto di aprire un concerto napoletano della band inglese di prog/thrash tecnico dei Biomechanical nel 2006 e, forte dell'ingresso in formazione del nuovo batterista Francesco Coppola Bove al posto di Luigi Di Bernardo, il gruppo lavora al suo primo album, Permanent Damage. Il disco di esordio degli Stamina esce nel 2008 e include alcuni dei brani a cui il complesso ha lavorato negli anni precedenti. Si tratta di dieci tracce di un fresco AOR/rock melodico ispirato agli anni Ottanta che ama fare incursione all'interno di altri generi musicali, riuscendo nel difficile intento di rubare a ognuno di essi la propria essenza. È in questo modo che ci si imbatte in brani ricchi di energia e piacevolmente orecchiabili come l'apertura dell'album Tell The Truth, che sembra condividere molto con i primi Europe, o come la successiva Waiting For You che, dietro a un'introduzione dal sapore quasi fusion, nasconde un animo hard rock energico e affascina con il suo ritornello così facile da ricordare. Se con What Do You Think About It? il quintetto inizia a mostrare il suo animo più complicato proponendo soluzioni musicali meno immediate ma altrettanto interessanti, dando sfogo a intermezzi che toccano anche il jazz, la canzone successiva, Nothing At All, sembra effettuare incursioni in lidi più progressive metal. Particolarmente azzeccate in questo contesto appaiono gli intrecci delle linee vocali maschili e femminili, prestate da Ilaria Adamo, in grado di ricordare gli Ayreon di The Human Equation. Con la successiva Wild Against The Flow gli Stamina mettono ancora una volta in mostra il loro lato più squisitamente melodico, proponendo un brano semplice ma allo stesso tempo di grande impatto. Qui, come nel resto del disco, la voce di Giorgio Adamo risulta essere cucita bene intorno alla musica, graffiante e grintosa al punto giusto, mentre un'ulteriore conferma di questo è percepibile tra le linee di cantato molto alte di Seven Sins. Invece, con gli ultimi tre brani dell'album, Trapped In The Lion's Cage, Mr. Sonne e Here To Stay proseguono le sperimentazioni musicali del quintetto salernitano, dando vita a brani strutturalmente complessi, ricchi di cambi di tempo e di divagazioni strumentali, portando in scena ritmiche funky, fusion, hard rock e persino la comparsa di un sassofono. Il disco di esordio degli Stamina non può quindi che lasciare sensazioni positive per il modo con cui il gruppo ha saputo giocare con un grande numero di generi musicali e mettere insieme con grande disinvoltura il meglio che ognuno di essi potesse offrire. Una nota negativa va però all'artwork, che appare banale nel disegno di copertina e un po' troppo dozzinale nella grafica e contrasta enormemente con il suo contenuto, così raffinato e curato nei dettagli. Silvia "VentoGrigio" Graziola Tracklist: 01. Tell The Truth 02. Waiting For You 03. What Do You Think About It? 04. Nothing At All 05. Wild Against The Flow 06. It Takes a While 07. Seven Sins 08. Trapped In The Lion's Cage 09. Mr. Sonnie 10. Here To Stay Lineup: Luca Sellitto: chitarra Andrea Barone: tastiera Giorgio Adamo: voce Roberto Chiumiento: basso Luigi DiBernardo: batteria Fonte: TrueMetal
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Pure
Pendragon 2009, InsideOut/Audioglobe Prog Rock Trenta anni di carriera: questo è il prestigioso traguardo tagliato nel 2008 dai Pendragon, band di spicco del panorama neo progressive rock britannico fondata nel 1978 (con monicker provvisorio Zeus Pendragon, che verrà poi modificato in via definitiva nel 1984) dall'incontro tra l'allora diciassettenne cantante e chitarrista Nick Barrett e il quindicenne bassista Peter Gee. Nel 1986 inizia la collaborazione con il talentuoso tastierista Clive Nolan e con il batterista Fudge Smith, ed è con questa line-up che nel corso degli anni 90 il gruppo da alla luce tre lavori di altissimo livello come gli ottimi The World (1991), The Window of Life (1993), e il capolavoro The Masquerade Overture (1996), che li consacra nell'olimpo del progressive rock romantico. Dopo cinque anni di pausa il quartetto inglese torna sulle scene con il buono Not of this World (2001), a cui segue poi il più rockeggiante Believe (2005). Dopo altri tre anni passati tra tour mondiali, progetti paralleli, cambi di line-up, impegni con la casa discografica (la Toff Records è di proprietà di Nick Barrett) e studio di registrazione ecco arrivare nel 2008 l'ottavo full length del combo britannico, intitolato Pure. Riffoni duri e aggressivi, artwork cupo e malinconico (le atmosfere fiabesche di The Masquerade Overture o Not of this World sembrano davvero lontane anni luce), ritmiche secche, energiche e ossessive: così si presenta questo Pure. Messo da parte il rock acustico, diretto e a tratti orecchiabile del precedente Believe, la band decide di tornare su territori più marcatamente progressivi, rinnovando e modernizzando il proprio sound (mai così duro in precedenza), senza tuttavia stravolgerlo completamente. Ottimo in questo senso il lavoro di Scott Higham (Angel Witch, Shadowkeep) alla batteria, ultimo arrivato alla corte dei Pendragon in sostituzione dello storico Fudge Smith e autore di una prova potente, grintosa e fantasiosa che davvero bene si sposa con il riffing metallico che esce dalla sei corde di Nick Barrett. Sopra le righe anche la prestazione di Clive Nolan alle tastiere, molto più presente, incisivo e sperimentale rispetto al lavoro precedente e autore di ottimi spunti e affascinanti atmosfere. Sette sono le tracce che compongono questo Pure, per una durata complessiva che non supera i cinquantatre minuti. Davvero ottima la qualità di tutte le canzoni proposte: le composizioni sono accattivanti e scorrevoli, compatte e mai prolisse anche quando il minutaggio è piuttosto alto. Ad aprire il disco tocca a Indigo, pezzo di oltre tredici minuti che aggredisce l'ascoltatore con un riffing pesante e serrato, salvo poi sfociare in un lunghissimo assolo di chitarra. Segue l'altrettanto energica e ossessiva Eraserhead, dove il drumming di Higham e le tastiere di Nolan la fanno da padrone. Con la successiva Comatose, lunga suite divisa in tre tracce e forse il momento migliore di tutto il disco, ci spostiamo invece verso sonorità più legate al neo prog romantico: introdotta da un dolce pianoforte la canzone si snoda per oltre diciassette minuti attraverso parti strumentali heavy oriented (sentire View from the Seashore per credere), passaggi orchestrali e lunghi fraseggi di chitarra. Davvero ottima anche la seguente The Freak Show: introdotta da un riff accattivante la canzone si segnala per il suo refrain particolarmente orecchiabile, destinato a catturare da subito l'ascoltatore. La chiusura spetta a It's Only Me, malinconica ballad nel classico stile Pendragon davvero ben riuscita, dove la voce di Barrett si intreccia alla perfezione con le parti di pianoforte suonate da Nolan. In definitiva ci troviamo davanti a una band che dopo oltre trenta anni di carriera ha ancora la capacità di rinnovarsi e di dare alle stampe un disco forse non rivoluzionario ma sicuramente fresco e assolutamente godibile. Tutti i pezzi proposti si attestano su standard qualitativi molto alti e scorrono senza problemi. La produzione, curata da Karl Groom, è perfetta sotto ogni punto di vista e mette in risalto la qualità degli arrangiamenti, davvero molto curati. Un ottimo ritorno quindi per il quartetto britannico. Lorenzo "KaiHansen85" Bacega Tracklist: 01. Indigo 02. Eraserhead 03. Comatose (I - View from the Shore) 04. Comatose (II - Space Cadet) 05. Comatose (III - Home & Dry) 06. The Freak Show 07. It's Only Me Lineup: Nick Barrett - Vocals, Guitars & Programming Peter Gee – Bass Scott Higham – Drums & Backing Vocals Clive Nolan - Keyboards & Backing Vocals Bridges To Burn 16 2009, Relapse/Masterpiece Sludge Tornano a farsi sentire i 16, band proveniente da Los Angeles, attiva sin dai primi anni '90 e che propone uno sludge decisamente più orientato verso i territori dello stoner rock più grezzo e diretto. Ed ecco quindi arrivare Bridges To Burn, quinto full-length ufficiale della carriera, edito dalla Relapse Records e che esce a ben sei anni di distanza dal precedente e ottimo Zoloft Smile. Nessuna novità in vista per quanto riguarda il sound che contraddistingue questo nuovo studio album dei 16: solita minestra a base di sludge 'n' roll che si abbatte sugli apparati uditivi dell'ascoltatore con la delicatezza di un pachiderma in età adulta. Roba trita e ritrita quindi, ma suonata e composta con onestà, passione e, sopratutto, con tutta l'esperienza di chi ha alle spalle quasi vent'anni di musica suonata. Se siete seguaci accaniti della band capitanata da Cris Jerue sapete già cosa aspettarvi anche da Bridges To Burn, mentre tutti gli altri si preparino ad una scarica di adrenalina costruita su solide fondamenta di riff quadrati, semplici e diretti, il tutto sparato al massimo volume e a velocità non eccessivamente elevate che cedono il passo, di tanto in tanto, a brevi e intensi momenti più rallentati e dal netto sapore doom. Seppur l'originalità non sia la ricetta del giorno sul menù della casa, il combo californiano riesce comunque a confezionare una serie di brani convincenti e coinvolgenti, che difficilmente riusciranno ad annoiare durante l'ascolto. Dodici sono le tracce a disposizione, le quali vanno a comporre una tracklist piuttosto omogenea e decisamente ben strutturata, caratterizzata da un livello qualitativo medio piuttosto buono. Su tutte spiccano sicuramente i frenetici cambi di tempo dell'opener Throw In The Towel seguita subito dalla delirante Skin & Bones (vera e propria mazzata nello stomaco più stoner-oriented), la lentezza soffocante della coppia What Went Wrong/Permanent Good One e la violenza inaudita di Monday Bloody Monday. Ottima la prestazione esecutiva dell'intera band, con in primo piano le distorsioni fangose della chitarra di Bobby Ferry e i latrati rabbiosi di Cris Jerue, il tutto supportato da una produzione non modernissima, ma che comunque rende giustizia a tutti gli strumenti presenti. A conti fatti, nonostante non aggiunga tutto sto granché di nuovo, sopratutto per quanto riguarda la discografia della band, Bridges To Burn è a tutti gli effetti un disco più che valido, che gode di un songwriting piuttosto ispirato e che, sopratutto, riuscirà ad essere apprezzato principalmente dai seguaci della band californiana e da tutti gli amanti delle sonorità più grezze e dirette. Angelo 'KK' D'Acunto Tracklist 01 Throw In The Towel 02 Skin & Bones 03 Me & My Shadow 04 Man Interrupted 05 Flake 06 Let Me Down (Again) 07 Monday Bloody Monday 08 Permanent Good One 09 So Broken Down 10 Thorn In Your Side 11 What Went Wrong 12 Missed The Boat Cosmogenesis Obscura 2009, Relapse/Masterpiece Death Prendono il nome dall'album più assurdo, oscuro, tecnico e intricato dei Gorguts, sono per il 50% parte anche dei Necrophagist: che genere suoneranno mai i tedeschi Obscura? Manco a dirlo, death metal tecnico, con forti influssi brutal. Come la band "madre" (che in realtà sappiamo essere un vero e proprio progetto personale di Muhammed Suiçmez, che non ama interferenze nel suo songwriting e si circonda di musicisti con spirito da session man), gli Obscura spingono forte su quel lato "melodico" e progressivo che il brutal ha saputo generare negli ultimi anni: senza la sinfonia degli Augury, e con solo i quattro strumenti tradizionali, danno vita a un vero e proprio gioiello di tecnica e fantasia, caratteristiche che raramente si trovano abbinate in ambito estremo e non. Non originali, certo; e alcune inevitabili citazioni le faremo a breve. Ma gli Obscura non si fermano a guardare a quanti gruppi storici somigliano: suonano, creano, aggrediscono e colpiscono nel segno. Si fanno ricordare, e a lungo. Un pezzo come l'opener Anticosmic Overload ha tutto quello che il death tecnico dovrebbe supplicare di avere: strumentismo eccezionale, messo al servizio di una vena compositiva ispirata, viva, concreta. Non onanismo musicale quindi, ma riff che centrano il bersaglio, imprimendosi subito nella memoria di chi ascolta e facendosi cercare più e più volte. Inutile dire che l'accoppiata Christian Muenzner/Hannes Grossmann, il duo Necrophagist di cui sopra, è per gran parte responsabile del risultato finale, con un muro chitarra/batteria che lascia senza fiato; ma si troncherebbe a metà la descrizione di Cosmogenesis se non citassimo Jeroen Paul Thesseling, bassista che può tranquillamente sedersi al bar con Tony Choy a sfottersi a vicenda, scommettendo su chi suona meglio. Impostazione evidentemente jazz, fretless a 6 corde alla mano, Thesseling costruisce linee che si intrecciano ai riff di chitarra senza mai farsi sopraffare. Impressionante, e sorprendentemente importante. Basti sentire le parti di Incarnated, dove inevitabilmente (ed eccoci alle citazioni di cui parlavamo) viene in mente Steve Di Giorgio; o il brano leggermente più atmosferico, e molto Pestilence era-Spheres, Noospheres (manco a dirlo), dove le ritmiche che il basso crea con la batteria di Grossmann, aggiunte alle vocals "eteree" à la Cynic di Steffen Kummerer, sono forse il vero elemento portante. Un disco non originalissimo, d'accordo; ma un disco di quelli che restano negli annali, e che sicuramente citeremo tra un annetto, al momento di fare la fatidica "top ten" dell'anno appena trascorso. Cosmogenesis è quanto un amante del death tecnico sogna tutte le notti: in attesa di sentire i Necrophagist, ancora insuperati, gli Obscura tengono al caldo il trono senza il minimo problema. Alberto 'Hellbound' Fittarelli Tracklist: 1. Anticosmic Overload 04:16 2. Choir of Spirits 05:31 3. Universe Momentum 04:33 4. Incarnated 04:53 5. Orbital Elements 05:21 6. Desolate Spheres 04:01 7. Infinite Rotation 04:48 8. Noosphere 05:04 9. Cosmogenesis 04:15 10. Centric Flow 07:25 Fonte: TrueMetal
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